«Mi senti?» chiesi parlando a un piccolo microfono.

«Sì, forte e chiaro» rispose Mari.

Si trovava sul marciapiede di fronte e stava facendo finta di controllare il telefono.

Klara era seduta di fianco a me. Poteva sentire quello che veniva detto perché avevamo montato delle piccole casse, ma io ero l’unico che poteva comunicare con la nostra donna in missione.

A un certo punto, una coppia uscì dal palazzo. Mari si guardò velocemente intorno ed entrò nell’edificio prima che il portone si richiudesse.

«Cosa vedi?» domandai.

«Nulla di strano» rispose. «Un’entrata, una corte, tre piani di appartamenti. Cosa devo cercare?»

«Un pelato grosso e glabro che molto probabilmente cammina zoppicando.»

«Molto probabilmente?»

«L’ultima volta che l’ho visto gli ho infilato un coltello nel piede.»

«Molto scortese.»

«Lui aveva in mano un fucile.»

«Dille di provare a chiedere a qualcuno» si intromise Klara.

Annuii.

«Klara suggerisce di provare a chiedere a qualcuno. Non so, bussa a qualche porta.»

«Per chiedere cosa?»

«Se hanno visto un grosso pelato nel palazzo?»

«Ok, lascia fare a me.»

Sentimmo un rumore di passi e poi bussare. Mari iniziò una conversazione in ungherese con un uomo. Chiusi il microfono e mi rivolsi a Klara.

«Mari è ungherese?»

«No e nemmeno io, se è per quello» mi rispose.

«Avrei voglia di approfondire, ma ti risparmio il disturbo di dirmi di farmi gli affari miei.»

Nel mio auricolare sentii che stavano passando ai saluti.

«Forse ho capito dove cercare» disse Mari subito dopo. «Il vecchio con cui ho parlato dice di aver visto un tizio fumare sul ballatoio del terzo piano. Sembra il nostro uomo. Sto andando là.»

«Perfetto» reagii. «Mi raccomando, fai attenzione. Come ti ho già detto, al nostro amico piacciono i fucili.»

«Pensi che non sia in grado di buttare giù uno con un fucile? Con chi credi di avere a che fare?»

«Che vuoi che ne sappia? Ogni volta che chiedo qualcosa, cambiate discorso e mi zittite.»

«Taci, ci siamo.»

«Ecco, appunto.»

Sentimmo bussare e poi partì un’altra conversazione in ungherese. Klara ascoltò tutto battendo la punta del piede sul pavimento. Aveva le braccia conserte e la fronte corrugata.

«Non mi piace» disse a denti stretti quasi senza aprire la bocca.

«Che succede?» domandai.

«Mari ha detto di essere un’addetta della compagnia del gas che deve controllare il contatore, ma l’altro non la vuole fare entrare.»

«Sarei sospettoso anch’io, se devo essere sincero.»

«Sì, ma sta dando risposte strane. Come se quella non fosse casa sua.»

«Ok, questo è strano.»

Si sentirono dei saluti e poi il rumore della porta che si chiudeva.

«Ho trovato il vostro uomo» annunciò subito Mari. «Ma non mi ha fatto entrare.»

«Abbiamo sentito. Torna qua e ne parliamo.»

***

«Cosa sei riuscita a vedere?» chiese Klara sedendosi.

«Non molto, in realtà» rispose Mari. «Il tizio era in effetti molto grosso e si è messo sulla porta in modo che non fosse possibile vedere cosa ci fosse dentro. In più, l’appartamento sembrava abbastanza buio.»

«Che te ne pare di lui?» domandai.

«Sembrava molto infastidito dalla mia presenza e mi ha dato risposte evasive e strane. Non mi stava neanche ad ascoltare, ha cercato solo di mandarmi via senza essere troppo maleducato.»

«Non hai sentito o visto altro che ci possa aiutare?»

«No. C’è una finestra che dà sul ballatoio, ma è chiusa e coperta da una tenda scura. Mi sembra di aver sentito dei rumori, come se ci fosse una televisione accesa, ma nient’altro.»

Mi alzai e mi passai una mano tra i capelli.

«Sta diventando più complicato del previsto.»

Klara allargò le braccia.

«Abbiamo ancora una possibilità» disse.

«Cioè?»

«I due tizi si danno il cambio. A volte va via uno, a volte l’altro. Proviamo quando ci sarà solo quello più anziano. Con lui forse abbiamo più fortuna.»

«Buona idea» convenne Mari. «Avete una cartelletta? Voglio provare un altro approccio.»

***

Aspettammo fino a sera per avere la nostra occasione. Verso le sei, il pelato lasciò il palazzo. L’altro era rientrato un paio d’ore prima, per cui doveva essere per forza da solo.

Mari partì subito all’attacco. Scese in strada, attese che qualcuno lasciasse l’edificio e si intrufolò come aveva fatto qualche ora prima.

«Sto salendo le scale» annunciò.

«Dimmi quando stai per bussare.»

«Ci sono» disse dopo qualche minuto.

Klara mi tradusse tutto.

«Sta facendo finta di essere di un’organizzazione che sta raccogliendo fondi per fare qualcosa nel quartiere» spiegò.

«Bella scusa. Ci sta cascando?»

«Non proprio, ma sembra più educato del pelato.»

«Riesci a sentire altro?»

«No, purtroppo.» All’improvviso Klara si irrigidì e fece una smorfia. «Non ci credo» sussurrò sciogliendosi subito in un sorriso.

«Che succede?» domandai.

«Sta facendo finta di stare male.»

«Come?»

«Le ho visto usare questo trucco decine di volte. Se deve approfittare di qualcuno, soprattutto se si tratta di un uomo, inizia a fare gli occhi dolci e poi di colpo finge uno svenimento.»

«È così facile prendersi gioco di qualcuno?»

«Non sei tu quello che si è inimicato la mafia per colpa di una ragazza?»

«Tecnicamente, sì, ma in mia difesa…»

«Sssh, un attimo!»

«Va bene, apparentemente nessuno è interessato a quello che dico…»

«È riuscita a entrare!»

«Sul serio?»

«Sì. Ha chiesto un bicchiere d’acqua.»

«Ottimo lavoro, Mari» dissi nel microfono.

Non ricevetti risposta. Dopo qualche secondo, sentii la voce dell’uomo e i due tornarono a conversare.

«Adesso sta cercando di mandarla via» disse Klara.

«Ah, sì?»

«Sì, lo sta facendo in modo educato, ma ha cambiato un po’ il tono. Credo si sia già pentito di averla fatta entrare.»

Sentimmo la porta richiudersi e Mari tornò a comunicare con noi.

«Cinque minuti e sono lì» annunciò.

***

«Questo era più malleabile» spiegò Mari.

«Beh, quel trucco funziona sempre» la punzecchiò Klara.

«Vero?»

«Cosa hai visto?»

«L’interno dell’appartamento è quasi completamente spoglio. Non c’è nulla all’ingresso e in cucina hanno solo il minimo indispensabile. Quello non è un posto dove vivono regolarmente delle persone.»

«Quindi un altro buco nell’acqua, in pratica» dissi facendo cadere le braccia lungo il corpo in preda allo sconforto.

«Non proprio» rispose Mari. «Sono riuscita a scattare questa» aggiunse tirando fuori un cellulare.

«Di cosa si tratta?» chiese Klara afferrando il telefono.

«Quando ho chiesto un bicchiere d’acqua, il tizio si è allontanato in un’altra stanza per una trentina di secondi. All’ingresso avevo notato una porta chiusa. Ne ho approfittato e sono andata a controllare, ma ho fatto in tempo solo a scattare questa foto e a tornare in cucina prima che mi vedesse.»

«È molto scura» commentò Klara.

«Lo so, ma non ho potuto fare di più.»

«Dammi qua» dissi facendomi dare il cellulare.

L’immagine era sfocata e non molto chiara. Si vedeva un po’ di luce entrare da uno spiraglio della tenda. Gli unici oggetti distinguibili erano i piedi di un letto e una valigia.

«Sembra una camera» dissi.

«Credo anch’io, ma come vi dicevo, non ho avuto tempo di guardare bene cosa avessi davanti» spiegò Mari.

Klara si appoggiò sul tavolo e si passò le mani sul volto. Chiuse gli occhi e fece un lungo sospiro. Mari le accarezzò la schiena. L’altra rimase sorpresa per quel gesto di affetto, ma alla fine ricambiò.

Misi il cellulare con la foto sul tavolo e appoggiai la testa sulle mani. Un letto e una valigia. Una valigia aperta. Una valigia aperta dalla quale usciva qualcosa. Zoomai l’immagine su quel dettaglio. Sembrava un lembo di qualcosa, forse un vestito o una maglietta. Sopra c’era un disegno, una specie di spirale.

Mi sollevai e mi appoggiai sullo schienale della sedia con le mani dietro la testa.

«Che succede?» chiese Mari notando che la mia espressione era cambiata.

«Non sono sicuro» risposi.

«Non sei sicuro di cosa?» domandò Klara.

Mi alzai e recuperai il mio cellulare. Feci una ricerca di immagini su internet e trovai immediatamente la foto di cui avevo bisogno.

Presi entrambi i telefoni, il mio e quello di Mari, e li misi uno di fianco all’altro davanti alle ragazze.

«Guardate qua» dissi.

Le due si piegarono per vedere meglio.

«Cosa ci stai mostrando?» chiese Klara.

«Cosa vedete nella foto di Mari, in basso a sinistra?»

«Una valigia?»

«Esatto, con qualcosa che sporge. Vedete il disegno su quel pezzo di stoffa?»

«La spirale?»

«Sì. Ora date un’occhiata alla foto sul mio cellulare.»

Klara spalancò gli occhi.

«Oddio…» commentò mettendosi una mano davanti alla bocca.

«Mi aiutate a capire?» chiese Mari.

«È una maglia dell’Anderlecht» rispose l’altra. «Gliela avrò vista indossare decine di volte.»

«Vuoi dire che c’era lui in quella stanza?»

«O lui, o la sua roba.»

«È una maglia degli anni Novanta. Non ce ne sono molte in giro. Non può essere una coincidenza» commentai.

Klara si alzò di scatto e andò a controllare fuori dalla finestra.

«Dobbiamo tornare lì dentro ed entrare in quell’appartamento, anche con la forza.»

«Come facciamo?» domandai.

«Ho un piano.»

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