Recuperai la valigia e mi lasciai il metal detector alle spalle. Attraversai un corridoio e poi un negozio di giornali e souvenir. Raggiunsi la sala d’attesa e mi sedetti su un divanetto di pelle. Controllai il cellulare nuovo e lo riposi in una tasca esterna della borsa a tracolla. Da lì estrassi la busta.
Il bordo superiore era già strappato. L’avevo aperta con le mani senza fare troppa attenzione, ma i fogli al suo interno erano ancora piegati con cura. Erano due fogli A4 scritti al computer. Anderlecht aveva descritto in maniera molto asciutta e semplice cosa avrei dovuto fare nel caso avessi avuto bisogno del suo aiuto.
Avevo riletto quelle facciate decine di volte, nonostante fossero chiarissime e non lasciassero spazio a fraintendimenti. Ormai le sapevo a memoria.
Alzai lo sguardo e controllai il monitor alla mia destra. Mancavano quindici minuti all’inizio dell’imbarco del volo per Budapest.
***
Strinsi il mazzo di fiori e iniziai a camminare avanti e indietro. La villa si trovava in mezzo alla campagna francese, un posto suggestivo, immerso nella vegetazione, con una piscina immensa e un giardino curato. Faceva un po’ strano pensare che lì dentro si girassero film per adulti.

Elisabetta venne fuori dal portone dopo qualche minuto. Aveva i capelli raccolti e il trucco molto pesante, ombretto blu elettrico e rossetto scarlatto. Indossava una vestaglia rosa e dei tacchi a spillo. Appena mi vide, corrugò la fronte.
«Cosa diavolo ci fai qui?» chiese sorpresa.
Mi avvicinai e le porsi il mazzo di fiori.
«Scusa, sono stato un deficiente» le dissi.
Annusò i gigli che le avevo dato e si sciolse in un sorriso.
«E c’era bisogno di venire fino a qui per dirmelo?»
«Sì» risposi annuendo. «Volevo che fosse chiaro che, per quanto la situazione sia complicata per me, forse più complicata di quanto avessi previsto, non voglio essere quel tipo di ragazzo. Sei un’attrice di film per adulti, lo accetto e ti sosterrò sempre.» Mi fermai per un secondo per prendere fiato e rimasi con le mani sui fianchi. «Non avrei mai pensato di dire una frase del genere nella mia vita.»
Elisabetta si morse le labbra e mi abbracciò cogliendomi di sorpresa.
«Sei davvero scemo» disse dopo avermi baciato.
«Lo so. È così che ti ho conquistata.»
«Così e coinvolgendomi in una caccia all’uomo dopo avermi confessato che tutto quello che mi avevi raccontato su di te era una bugia.»
«Metodo infallibile.»
Di colpo si fece seria.
«Cosa vuoi fare adesso? Io ho ancora una scena da girare. Vuoi venire dentro a guardare?»
«Perché no?» dissi dopo averci pensato un paio di secondi.
«Ottimo! Oggi giro con Billy e Mamadou…» iniziò a spiegare mentre si dirigeva verso il portone.
Mi bloccai alle sue spalle.
«Intendi… contemporaneamente?» chiesi.
«Sì.»
Feci una smorfia e inclinai la testa. Mi avvicinai a lei e le cinsi i fianchi.
«Ascolta, forse è meglio farla con calma questa cosa, ok?»
«Hai ragione» disse accarezzandomi il petto. «Forse questo è un po’ troppo.»
La baciai un’altra volta.
«Grazie» sussurrai.
«Se vuoi, puoi fare un bagno in piscina mentre aspetti. Giriamo solo in interni. E i muri di questo posto sono più spessi di quelli di un caveau. Ci potresti ammazzare una persona senza che nessuno se ne accorga.»
«Complimenti, sei riuscita a rendere la situazione ancora più inquietante. No, grazie, preferisco tornare in città. Ho prenotato un bel ristorante per stasera. Quando hai finito, chiamami e ti vengo a prendere. Che ne dici?»
La porta della villa si aprì e un uomo grasso e pelato fece capolino gridando qualcosa in francese.
«Devo andare ora» disse Elisabetta. «Ma per stasera va bene. Non vedo l’ora!»
«Perfetto. A dopo!»
***
Arrivai all’ostello nel tardo pomeriggio. Si trovava nel centro di Budapest, a pochi passi dalla Basilica di Santo Stefano. Ricordavo di esserci passato davanti quando ero stato in città con Anderlecht.

Aprii la porta di vetro ed entrai. Davanti a me c’era una piccola galleria che portava a un pub. Sulla destra c’era la reception.
Mi accolse un tizio abbastanza giovane, con i capelli rossi e gli occhiali.
«Ciao, come posso aiutarti?» domandò in inglese.
«Ciao» risposi. Presi fiato fermandomi a guardare una pila di pieghevoli sul bancone. «Avrei bisogno di una stanza» dissi subito dopo.
L’espressione del ragazzo si contorse in una smorfia.
«Mi dispiace, siamo al completo oggi e domani.»
Annuii e sorrisi.
«Ho bisogno della camera numero 28» dissi ripetendo quello che avevo letto sui fogli nella busta.
La smorfia divenne stupore.
«Ah, va bene.» Si voltò e aprì un piccolo armadietto di legno. Prese una chiave e me la porse. Era attaccata a una targhetta di plastica gialla senza alcuna indicazione. «La camera si trova alla fine di quel corridoio» spiegò indicando una porta alla mia sinistra.
«Ok» dissi titubante.
Presi la chiave e salutai il tizio. Attraversai il corridoio e notai che tutte le altre camere non avevano una normale serratura, ma un lettore di tessere elettroniche installato sulla maniglia.
Arrivai in fondo e mi trovai di fronte a una porta di legno, diversa da tutte le altre. Il numero 28 non era scritto da nessuna parte.
***
La forchetta affondò nella crema e attraversò la fetta di torta fino al piatto. Elisabetta mangiò il suo boccone e si mise a ridere quando si ritrovò la parte superiore del labbro ricoperta di panna. Si pulì con un tovagliolo rosso mattone e indicò il dolce.
«È buonissima. Ne vuoi un po’?» chiese.
Mi infilai in bocca un pezzo di crème caramel e scossi la testa.
«No, tranquilla» risposi.
I nostri dessert ci tennero occupati per qualche minuto. La serata era fresca, con una leggera brezza e il cielo limpido, senza nuvole. Il ristorante si trovava in una via laterale ed era molto piccolo, quasi un buco scavato in un palazzo. Il numero di coperti era esiguo. Quattro tavoli all’interno, due fuori, sulla strada. Avevamo mangiato una squisita cena a base di pesce accompagnata da tanto vino bianco, da vecchie canzoni francesi e dalla luce debole, ma persistente di una candela.
«È stata davvero una bella giornata. Grazie» disse Elisabetta quando ormai della sua torta rimanevano solo delle macchie sul piatto.
Allungai un braccio e le strinsi una mano.
«È stata una splendida giornata.»
«Ti amo» sussurrò.
***
Mi sedetti sul letto e mi guardai intorno: un armadio, un tavolino, la porta del bagno. I muri erano spogli, completamente bianchi, probabilmente tinteggiati da poco.
Presi la busta e lessi di nuovo le istruzioni che avevo a disposizione. Come ricordavo, dicevano di andare al pub e ordinare qualcosa. Recuperai il portafogli dalla valigia e andai.
Il posto era mezzo vuoto. Solo in un angolo c’era un po’ di confusione perché un gruppo di ragazze americane aveva già iniziato a bere.
Mi sedetti al bancone e feci la mia ordinazione a un tizio coi dreadlock. Mi portò una birra e iniziai a sorseggiarla mentre guardavo la partita di calcio trasmessa su uno degli schermi. Era una replica di una gara del campionato inglese. Sapevo già il risultato.
Dopo altri venti minuti, arrivarono delle patatine, una tequila e la sgradevole sensazione che quello fosse un grosso scherzo messo in piedi da Anderlecht per chissà quale motivo.
«In questo paese la birra non è un granché» disse una voce alla mia sinistra.
Mi voltai e vidi una donna seduta sullo sgabello di fianco al mio. Aveva i capelli neri raccolti in uno chignon e il volto coperto da un paio di grossi occhiali da sole. Indossava una tuta grigia e delle scarpe da ginnastica. Al polso portava un grosso orologio scuro.
«Ciao, Alberto» disse porgendomi la mano.
«Ci conosciamo?» risposi stringendogliela.
***
«Ti amo!» urlai allargando le braccia.

«Stai calmo» sussurrò Elisabetta abbassando gli occhi.
Avevamo preso un caffè alla fine della nostra cena, ma non ero nervoso per quello.
Mi misi le mani nei capelli e sospirai.
«Scusa, ma non mi sembra di aver detto una cosa assurda.»
«Sì, invece. Non puoi fare quello che hai fatto oggi, dire quello che hai detto oggi e poi arrabbiarti per una cosa simile.»
«Riformulo, allora. Scusa se ti amo così tanto da non vivere bene il fatto che passerai due giorni a un’esibizione di bestiame.»
«È una fiera. Ci vanno tutti e la mia casa di produzione mi costringe ad andare.»
«Non possono dirti quello che devi fare.»
Elisabetta si chinò leggermente in avanti mettendosi una mano sul petto.
«Sì, possono. E io ci voglio andare!»
Incrociai le braccia e scossi la testa. La gamba destra iniziò a sobbalzare sulla punta del piede come mi capita sempre quando sono agitato.
«C’è davvero bisogno di fare anche il live show davanti a tutte quelle persone?»
«Certo» rispose soffocando una risata. «Dani La Croix a una fiera del porno che non mostra neanche una tetta. Una grande idea, bravo.»
La guardai male.
«Non prendermi in giro.»
«Hai iniziato tu dicendomi una cosa nel pomeriggio e rimangiandotela la sera stessa.»
«Vaffanculo, sono stufo, ok?»
«Ah, sei stufo?»
«Sì, sono stufo che la mia ragazza sia così stupida da non capire cos’è meglio per lei e che non voglia cercarsi un lavoro vero. Non hai alcun rispetto nei miei confronti.»
Elisabetta spalancò gli occhi e rimase a bocca aperta.
«Come, scusa?» domandò inclinando la testa.
Deglutii, mi passai una mano sulla fronte e mi morsi la lingua.
«Ok, non volevo dir…»
Non mi diede il tempo di finire.
«Non ti devi permettere» mi interruppe con un filo di voce.
«Scusa, ho esagerato, ma…»
Mi bloccai, bevvi un sorso d’acqua e mi piegai sul tavolo con la testa fra le mani.
«Ma cosa?» mi chiese.
«Sono stanco.»
Elisabetta si alzò, rovistò nella borsetta e mise delle banconote sul tavolo. Era bellissima con quel vestito verde scuro attillato sui fianchi.
«Vado in albergo. Ciao.»
La guardai allontanarsi fino a quando non scomparve nella via principale. Mi lasciai scivolare sullo schienale della sedia. Alzai gli occhi al cielo. Luna piena.
***
«Me l’aveva detto Anderlecht che non saresti stato in grado di riconoscermi» disse la donna di fianco a me.
Strinsi gli occhi e mi avvicinai di qualche centimetro.
«Klara? No, non può essere.»
Sorrise.
«Quante persone pensi che conosca Anderlecht a Budapest?»
«Non ne ho la minima idea» risposi prima di bere un sorso. «Beh, come stai?» aggiunsi subito dopo.
Divenne improvvisamente molto seria.
«Io sto bene.»
Presi il bicchierino di tequila e lo bevvi alla russa.
«Mi fa piacere. Quindi come funziona ora? Mi porti tu da Anderlecht? Non poteva venire lui?»
«Ecco, sono qua al posto suo proprio per questo.»
«Gli è successo qualcosa?»
«Andiamo a fare un giro, va bene?»