Giovanni mi stava aspettando seduto su una panchina. Parcheggiai e mi diressi verso di lui. Dopo due passi sentii un tonfo ai miei piedi. Abbassai lo sguardo e vidi il mio cellulare a terra in mezzo ai ciottoli. Lo tirai su e notai che lo schermo era crepato e completamente nero. Dopo un paio di tentativi di riavvio e qualche bestemmia, riprese a funzionare.

Appena Giovanni mi vide arrivare, si alzò. Non gli diedi neanche il tempo di salutarmi.

«Siediti» gli ordinai prendendo posto.

Obbedì senza protestare.

«Allora?» domandò piegandosi leggermente verso di me.

Volsi lo sguardo dall’altra parte.

«Ho una persona a cui posso provare a chiedere aiuto» risposi sospirando.

«Fantastico!» reagì.

Mi girai di scatto e gli puntai un dito contro.

«Allora, parliamoci chiaro. Le possibilità che questa persona riesca davvero ad aiutarmi sono ancora tutte da stabilire, ok?»

Giovanni si ritrasse spaventato.

«Sì, sì, ma è già qualcosa. Di chi si tratta?» balbettò.

«E lo faccio solo a determinate condizioni.»

«Cioè?»

«Per prima cosa, tu non fai domande. Stai zitto, tranquillo, continui a fare la tua vita e a occuparti di Elisabetta. Non voglio chiamate, non voglio richieste, non voglio avere a che fare con te. Tu fai il tuo e io provo a vedere cosa posso fare. Quando, e soprattutto se, riuscirò a fare qualcosa, ti farò sapere. Intesi?»

«Ok.»

***

Elisabetta uscì dall’acqua e si passò entrambe le mani sui capelli per sistemarli dietro le orecchie. Le gocce sulla pelle abbronzata brillavano sotto la luce del sole. I suoi fianchi disegnavano curve dolci interrotte solo dal bikini arancione che stava indossando.

Venne verso di me, camminando sulla sabbia, quasi senza spostarla. Fece girare più di una testa.

Arrivò sul suo telo da mare, si inginocchiò, mi diede un bacio e si distese a pancia in giù mentre scioglieva il nodo del pezzo superiore del bikini.

«L’acqua è freddissima» commentò.

«Dopo vado» dissi. «Adesso voglio godermi il panorama» aggiunsi con lo sguardo rivolto verso il mare.

«Lo sai che non hai più bisogno di giri di parole per parlare del mio sedere, vero?»

«Stavo davvero parlando del panorama.»

Si voltò e mi fece una linguaccia. Allungai una mano e le accarezzai la schiena ancora bagnata.

Proprio in quell’istante, dei granelli di sabbia caddero all’improvviso sui nostri teli. Un’ombra si stagliò su di noi.

***

Floriano guardò l’ultimo cliente allontanarsi e poi si voltò verso di me in cerca di complicità. Mi limitai ad alzare le spalle.

Sì, è pieno di gente che sa solo rompere le scatole e fa un sacco di domande senza comprare nulla, pensai. Lo sapresti bene anche tu se provassi a lavorare come facciamo noi.

Mi morsi la lingua e presi il cellulare per controllare i messaggi. Lo schermo era di nuovo nero. Premetti il tasto per accenderlo un paio di volte, ma non successe nulla. Provai a metterlo sotto carica. Finalmente lo schermo si illuminò, ma per i primi dieci secondi si videro solo delle linee colorate.

«Molto bene» sussurrai.

«Alberto, ascolta» disse all’improvviso Floriano. «Avrei bisogno di chiederti un favore.»

«Molto bene» ripetei ancora a bassa voce.

«La settimana prossima puoi scambiare il giorno di riposo con Alice? Tu fai il venerdì e lei il martedì.»

Picchiettai il dito sullo schermo un paio di volte fino a quando non comparve finalmente il logo della marca. Lo posai sul tavolo e mi passai una mano in faccia.

«Venerdì, eh?» chiesi.

«Sì, lo so, ultimamente li stai facendo tutti tu, ma…»

«Sì, sì, sua figlia.» Fui sul punto di aggiungere un commento poco educato, ma mi bloccai. Improvvisamente mi resi conto che quella richiesta poteva non essere del tutto una rottura di scatole. «Senti, non ci sono problemi» aggiunsi cercando di apparire di colpo affabile.

«Ottimo!» reagì Floriano sorpreso.

«Ma la settimana dopo avrei bisogno di prendere dei giorni di ferie.»

Fece una smorfia, come se gli avessi arrecato del dolore fisico.

«Quanti giorni?»

«Tutta la settimana.»

«Non lo so. Con così poco preavviso…»

«Il mese scorso Alice ha preso tre giorni e te l’ha detto con neanche ventiquattro ore di preavviso.»

Floriano infilò un dito lungo e nodoso nella camicia e si grattò il collo.

«Vero, ma la situazione era diversa.»

Chiaro, io non vengo a letto con te, pensai.

«Mi serve davvero questa settimana di ferie.»

«Lo capisco, ma…»

Allargai le braccia.

«Ascolta, è una situazione un po’ particolare. Ho una cara amica che sta male e avrei davvero bisogno di starle vicino.»

Si mise le mani sui fianchi e sbuffò.

«Va bene, va bene» disse alla fine.

«Grazie.»

Tastai il bancone per cercare il telefono senza guardare, ma per sbaglio lo spostai fino al bordo e cadde per terra. Alzai gli occhi al cielo e imprecai sottovoce. Ogni tentativo di rianimarlo per l’ennesima volta si rivelò inutile.

Floriano si avvicinò per dare un’occhiata e scosse la testa.

«Vorrei sapere perché ti ostini ad andare in giro con questo rottame» commentò.

Premetti il tasto dell’accensione sempre più forte, ma non successe nulla. Alla fine, lo gettai sul bancone e mi guardai attorno, ammirando le vetrine e le file ordinate di cellulari che coprivano i muri del negozio.

«Beh, almeno è morto nel posto giusto.»

***

«Dani!» disse una voce bassa e profonda alle nostre spalle, prima di iniziare a parlare in francese.

Elisabetta alzò lo sguardo e sorrise immediatamente. Si alzò coprendosi il seno e rifece il nodo al bikini.

Seguì un’altra frase in francese, poi delle risate e dei saluti. Per via del sole che mi arrivava in faccia, mi ci vollero alcuni secondi per capire a chi appartenesse quella voce.

Elisabetta stava salutando un uomo non molto alto, ma col torace largo e le braccia muscolose. Il corpo e il viso erano completamente glabri, la pelle abbronzata. In testa aveva pochi capelli bagnati, tenuti all’indietro. Sulla spalla destra portava un tatuaggio che raffigurava il volto serio e minaccioso di una tigre. Indossava un costume attillato nero.

Elisabetta lo abbracciò e lui la strinse a sé, avvolgendola completamente con le braccia e accarezzandole la schiena con ampi gesti che finivano appena sopra il sedere. Iniziarono a conversare, sempre in francese.

Mi alzai e cercai di intromettermi salutando il nuovo arrivato.

«Oh, scusa!» mi disse Elisabetta. «Billy, lui è Alberto, il mio ragazzo» aggiunse subito dopo in inglese.

«Finalmente ti conosco!» commentò Billy porgendomi la mano. Gliela strinsi e notai un altro piccolo tatuaggio, un serpente, poco sopra il pollice.

«Piacere di conoscerti» risposi.

«Billy è un mio collega» spiegò Elisabetta.

«Quando non lavoriamo puoi chiamarmi Manuel, lo sai» disse lui.

«Allora non chiamarmi Dani!»

Scoppiarono di nuovo a ridere. Cercai di partecipare all’ilarità del momento provando a sorridere con tutte le mie forze.

«Anche tu in vacanza qua?» domandai subito dopo aver notato che la mano di Manuel, detto Billy, continuava ad accarezzare il fianco di Elisabetta, detta Dani.

«Sì, sì. Sono qua con mia moglie» rispose lui indicando con un dito una mora che stava prendendo il sole a qualche decina di metri di distanza da noi. «Veniamo sempre qua in ferie.»

«Ah, è vero! Tu hai una casa da queste parti, no?» replicò Elisabetta.

«Sì e sai cosa ti dico? Stasera voi due venite a cena da noi. Avete altri impegni?»

«No, assolutamente! A te va bene, no?» chiese poi lei rivolta a me.

Alzai le spalle e rimasi per tre secondi col fiato sospeso.

«Non vedo perché rifiutare» dissi alla fine.

«Ottimo!» commentò Billy dandomi una pacca sulla spalla. «Ci vediamo alle sette e mezza, allora. Ti mando la posizione esatta.»

«Ok, a stasera.»

***

Mimmo appoggiò il caffè sul bancone e si chinò per curiosare.

«Bel telefono!» commentò.

«Grazie» risposi continuando a fissare lo schermo del cellulare.

«Quanto l’hai pagato?»

«Troppo.»

Si mise a ridere.

«Ma non lavori in un negozio di cellulari? Non te lo hanno fatto lo sconto?»

«Sì, lo sconto. Non conosci il mio capo.»

Posai il telefono e bevvi il mio caffè.

«Birra?»

«No, no. Fammi un amaro.» Ripresi in mano il cellulare come se fosse un gattino appena nato. «Tanto lo so che lo romperò o lo dimenticherò da qualche parte.»

«C’è una funzione per quello, sai?»

«Ah, sì?»

«Li vendi quei cosi! Dovresti saperlo!»

«Ascolta, tu vendi birra, ma se ti chiedo come si produce mica lo sai.»

«In realtà, sì. Io e un mio amico facciamo birra artigianale in cantina con un kit che abbiamo trovato su internet.»

Lo guardai storto.

«Credo sia illegale. E sto ancora aspettando il mio amaro.»

Mimmo sorrise e dopo qualche secondo mi portò quello che avevo ordinato.

«Sei libero l’otto aprile?» mi chiese mentre mi porgeva il bicchiere.

«Che ne so?» reagii. «È tra un paio di mesi.»

«Lo so, ma c’è l’incontro tra Williams e Blažič. Mi avevi detto che eri interessato. Sto organizzando una serata privata per vederlo qua, se ti interessa. Vuoi che ti salvi un posto?»

Mi grattai una tempia e feci una smorfia.

«Cavolo, mi piacerebbe» risposi. «Però temo di non poterti garantire la mia presenza, al momento.»

Mimmo si fece serio e inclinò la testa.

«Per piacere, non rifarmi lo stesso scherzo del torneo di freccette» disse.

«No, no!» risposi scuotendo la testa. «Ci tengo davvero a venire. È da mesi che aspetto questo incontro e stavo pure pensando di scommetterci qualche soldo. Ho solo un po’ troppe cose a cui pensare in questo periodo.»

«Ok, va bene.»

«Ti do conferma il prima possibile, giuro!»

«Va bene, va bene, ho capito.»

Bevvi un sorso e raddrizzai la schiena.

«Sono il tuo cliente preferito, dopotutto, no?» provai a scherzare.

Mimmo scosse la testa e si mise a preparare un caffè.

***

«Che c’è?» chiesi all’ennesimo monosillabo.

«Niente» rispose Elisabetta guardando avanti e ignorando il mare alla nostra sinistra.

«Eli, per piacere. Non ho voglia di discutere.»

«Non stiamo discutendo. Ti ho detto che non ho nulla.»

«Hai il broncio da quando siamo andati via da casa di Bobby… coso… come si chiama?»

«Ecco, appunto.»

«Ecco appunto cosa?»

«Lascia stare.»

Mi fermai e la bloccai tenendola per un polso.

«Che hai?» domandai.

Si liberò e riprese a camminare.

«Non ho nulla.»

«Neanch’io» risposi raggiungendola con uno scatto.

«Certo.»

«Senti, smettila. O mi dici che cos’hai, o la smetti di lanciare frecciatine.»

Questa volta fu lei a bloccarsi.

«Frecciatine? Tu parli di frecciatine?»

«Non ti seguo.»

«Hai passato tutta la sera a fare battute su Manuel e il suo lavoro.»

«Adesso lo chiami col suo vero nome?»

«Vedi?»

«Beh, scusa se mi è stato difficile non notare come ti stesse guardando.»

«Come mi stava guardando?»

«Come se fossi nuda e volesse…»

«Volesse cosa? Eravamo a casa sua, con sua moglie!»

«Certo, come se contasse qualcosa per un tipo del genere.»

«Un tipo del genere? Santo cielo…»

Sbuffai e per sfogare la rabbia diedi un pugno a un cestino dell’immondizia che rimase ammaccato.

«Vaffanculo, come vuoi che mi senta?» urlai.

«Non lo so. Hai paura che me lo scopi?»

«Beh, forse.»

«Ti do una notizia. L’ho già fatto. Quattro volte. Due solo il mese scorso. E le prime due le trovi già su internet. È il mio lavoro.»

«Lo so e mi fa schifo, ok? Mi fa schifo pensare che sia questo ciò che fai per vivere.»

Elisabetta si irrigidì di colpo. Mi diede uno schiaffo, si voltò e si allontanò senza dire altro.

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