Arrivai in casa e mi buttai sul divano.
Estate scorsa. Un ragazzo. A casa sua. Stupro.
Non poteva essere successo prima. Non avrebbe avuto senso.
E dopo? Magari faceva così con tutti. Li abbordava in discoteca, gli faceva perdere la testa e li trascinava in un tourbillon di sesso scatenato. Magari aveva beccato quello sbagliato e il suo gioco le si era ritorto contro.
Pensai a quell’ipotesi per un po’. Solo dopo qualche minuto mi resi conto che ci stavo indugiando non perché mi convincesse, ma per evitare di pormi una semplice domanda.

E se fossi io?
Presi il cellulare, ma non avevo nessuno da chiamare. Dovevo fare qualcosa, indagare, venirne a capo. Come? In che modo? Ero controllato, braccato. Se Gaia mi avesse visto e riconosciuto? Se io fossi stato sul serio l’uomo che accusava della tentata violenza? Come avrebbe reagito?
No, era tutto troppo pericoloso. Nella mia situazione l’arresto per stupro era una bomba atomica.
Cercai il telecomando sul divano e accesi il televisore.
Gianfranco aveva detto che Gaia sarebbe venuta a Padova. Tina voleva vederla. Elisabetta era amica di Tina. Elisabetta era l’unica persona di cui mi fidassi.
Mi venne acidità di stomaco.
No, non potevo chiedere ancora l’aiuto di Elisabetta. Fuori discussione. Non doveva aiutarmi.
Però poteva.
Spensi la TV e andai a farmi una doccia. Ripensai a quella foto di continuo. Avevo già preso un abbaglio per colpa di una somiglianza straordinaria, non volevo correre il rischio di ricascare in un errore simile.
Mora. Abbronzata. Vita sottile. Seno prosperoso. Capelli neri. Frangetta. Sorriso perfetto.
Gaia.
Lei non era un assassino sconosciuto visto solo su una foto un po’ sgranata. Lei era la donna con la quale avevo vissuto in intimità per una settimana. Non potevo sbagliare. Lei era Gaia.
***
Era un pomeriggio soleggiato di metà aprile.
Con la scusa che le mie ricerche avevano preso una direzione diversa, saltavo sempre più spesso le lezioni, ma quel giorno non potevo. Avevo da fare. Ero al Liviano, in Aula M, un buco con i posti a sedere ammassati dietro scomodi banchi di legno.
La stanza era quasi buia. La luce era spenta. La professoressa stava proiettando delle immagini di castelli, palazzi e gioielli. Stavo seduto in fondo e facevo finta di stare attento e di prendere appunti.
C’era anche Tina, cinque o sei file davanti alla mia. Scriveva sul suo quaderno e di tanto in tanto scambiava qualche parola con la ragazza che le era di fianco. Non mi aveva ancora visto. Dalla cena a casa sua era passata una settimana. In mezzo c’erano state le vacanze di Pasqua, periodo nel quale ero riuscito a riposarmi e a studiare come stavano le cose.
La lezione terminò e tutti lasciammo l’aula. Aspettai che Tina finisse di chiacchierare con le sue amiche. Presi un caffè alle macchinette e cazzeggiai davanti agli annunci controllando l’entrata.
Dopo un quarto d’ora, le ragazze che stavano parlando con Tina la salutarono e se ne andarono. Gettai il bicchiere di plastica nel cestino e andai all’assalto.
«Guarda un po’ chi c’è qua!» dissi cogliendola di sorpresa.
«Ehi! Che ci fai qua?»
«Faccio finta di essere uno studente. Tu?»
«Anche io.»
«Cosa fai ora? Hai ancora lezione?»
Controllò l’ora sul cellulare.
«In teoria sì, ma non ne ho nessuna voglia. Ti va un caffè?»
«Solo se offro io.»
«Non sarò certo io a fermarti.»
Andammo nel bar lì vicino, alla sinistra di Piazza Capitaniato uscendo dal Liviano. Ci sedemmo a un tavolino e ordinammo un caffè normale per me e un macchiato per lei.
«Ascolta, Tina, devo farti le mie scuse» attaccai all’improvviso.
«Per cosa?»
«Per la cena della settimana scorsa. Avevi ragione tu.»
Alzò un sopracciglio e sorrise.
«Parli di Elisabetta?»
Allargai le braccia.
«Sì, di me e Elisabetta.»
Il cameriere portò i due caffè e tornò al bancone.
«Lo sapevo! Dimmi la verità: cosa è successo sul balcone?»
«Ma niente, abbiamo solo parlato. Però è stato bello vederla. Ho capito che voglio riprovarci con lei. Seriamente.»
Batté le mani tutta contenta.
«Oddio, ma è una notizia bellissima! Cosa hai intenzione di fare?»
Mi sollevai entrambe le maniche fin sopra il gomito.
«Beh, sarebbe più giusto dire “cosa abbiamo intenzione di fare”.»
«Non ti facevo tipo da cosa a tre.»
«No, niente triangolo, mi spiace.»
«Peccato.»
«Ho bisogno che tu organizzi un’altra cena.»
«Per incontrarla?»
«Ovvio.»
«Ma non sarebbe meglio che organizzassi una serata solo per voi due?»
Appoggiai un gomito sullo schienale della sedia.
«Hai ragione, però non vorrei correre troppo. Io ed Elisabetta abbiamo vissuto un periodo un po’ così, strano. Vorrei un riavvicinamento graduale.»
Si fermò a riflettere mentre beveva il suo caffè. Poggiò la tazzina sul tavolino e si pulì la bocca con un tovagliolo di carta.
«Ho capito. Beh, penso proprio si possa fare.»
«Sul serio?»
«Ma certo! Tu ed Elisabetta dovete stare insieme.»
Mi sporsi in avanti e le afferrai le mani.
«Grazie. Sei un’amica.»
Le comparve un lieve rossore in volto.
«Lo faccio volentieri.»
«Invita pure chi vuoi. L’importante è che ci sia Elisabetta.»
«Posso chiamare Fabio e Gianfranco.»
«Sicuro. Sono molto simpatici. Mi farebbe piacere rivederli.»
Appoggiò il mento sul palmo della mano e fissò il vuoto in basso alla mia sinistra.
«Vediamo, chi altro potrei chiamare…» rifletté sottovoce.
Devo forzare un po’, pensai.
«Per caso sai se è arrivata l’amica di Gianfranco, quella di cui parlava l’altra volta? Potrebbe essere una buona occasione per rivederla.»
Sgranò gli occhi.
«Giusto! Sì, è arrivata ieri. Mi ha scritto un messaggio. Gli chiederò di portare anche lei.»
«Bene! Tu non dire niente a Elisabetta. Fai come la settimana scorsa. Probabilmente sospetterà qualcosa, ma noi nel dubbio stiamo nell’ombra, ok?»
«Per chi mi hai presa? Sono una professionista di certe cose.»
«Sì, lo so. Ho notato…»
Rise.

«Anzi, sai che ti dico? Le scrivo subito!»
Rovistò nella borsa e tirò fuori il cellulare.
«Brava, meglio non perdere tempo.»
Digitò un paio di tasti e lesse lo schermo per qualche secondo. Rimase con la bocca aperta. Poi scoppiò in un’altra risata, ben più fragorosa della precedente.
«Che succede?» chiesi.
«Paride!» esclamò.
«Paride cosa?»
«Ha messo incinta Lebronia!»
«Chi?»
«Dai, la zoccola che si faceva, come si chiamava? Lettonia? Leroia?»
«Littoria… credo… forse… Ma dai? Sul serio?»
«Guarda qua!»
Mi porse il cellulare. Lessi il messaggio di Paride.
PARIDE
Ciao, Tina. Lo so che è assurdo venire a chiedere aiuto proprio a te, ma sono disperato e non so a chi rivolgermi. Credo di aver fatto una cazzata con Litonya. Forse è incinta… ti prego, aiutami. Ti voglio bene
«Beh, non è sicuro da quello che c’è scritto» commentai.
«Mi piace pensare che lo sia.»
«Che hai intenzione di fare?»
«Si arrangi. Dopo quello che mi ha fatto non ne voglio più sapere.»
«Secondo te come lo chiamerà?» chiesi sorridendo.
«Ah, l’importante è che non facciano scegliere il nome al nonno materno» rispose Tina scoppiando in un’altra risata subito dopo.
Guardai l’orologio. Erano quasi le cinque.
«Mi sa che devo andare.»
«Di già? Speravo di aspettare con te altri messaggi del bastardo per poterli commentare assieme.»
«Non sai quanto mi piacerebbe, ma devo vedere una persona tra mezz’ora.»
«Va bene, dai. Nel caso terrò buoni i messaggi per la prossima volta che ci vediamo.»
Ci alzammo, pagai il conto e uscimmo insieme. Ci salutammo con due baci sulla guancia.
«Tienimi aggiornato per la cena, ok?» le dissi prima di congedarmi.
«Non ti preoccupare. Lascia fare tutto alla tua Tina!»
***
Anderlecht mi aspettava per le cinque e mezza in un bar di Viale Codalunga, la strada che dal Maldura portava alla stazione ferroviaria.
Alle 17.25 varcai la soglia del locale. Al bancone c’era un gruppetto di persone che sorseggiava caffè e i primi aperitivi della serata. Alla mia destra un ampio locale coi tavolini. Su uno di questi, quattro ragazze spettegolavano con grandi tazze fumanti in mano. Su un altro, una coppia si scambiava parole dolci. Su un terzo, un uomo stava leggendo un giornale. Anderlecht non c’era.
Il tizio abbassò il giornale, lo piegò e lo posò su un tavolino vicino. Fu allora che lo riconobbi. Era Celtic. Con una mano mi fece cenno di raggiungerlo. Mi sedetti davanti a lui.
Avevo sempre pensato che avesse una faccia da ubriacone. Volto rotondo, pelle chiara che si arrossava con facilità. I capelli erano molto corti, rossicci. Si rasava e, data l’evidente stempiatura, era chiaro il perché. Le braccia erano robuste. Il petto era largo e sovrastava un accenno di pancia molto solido.
Davanti a sé aveva una mezza pinta di birra chiara.
«Dov’è Anderlecht?» chiesi subito.
«Ha avuto dei problemi di salute» rispose.
«Di che tipo?»
«Del tipo che ti impediscono di andare in giro per bar.»
«Dimmi almeno se è grave.»
«Si riprenderà presto.»
«Ok…»
Il cameriere venne a prendere l’ordinazione e gli chiesi una bottiglia d’acqua naturale.
«Puoi prendere una birra se vuoi. Non fare complimenti. Offro io» disse Celtic quando tornammo a essere soli.
«L’acqua va bene.»
«Beh, come stai?»
«Sto come devo stare.»
Si accigliò.
«Percepisco dell’ostilità nei miei confronti.»
«Non sentirti speciale. Non sei l’unico a cui la riservo.»
«Ah, sì?»
«Cosa vuoi?»
«Le solite cose. Darti la paghetta ed essere aggiornato sui tuoi progressi.»
Feci cadere la borsa sui suoi piedi.
«Sotto il tavolo c’è la mia borsa. Abbassati, fai finta di legarti le scarpe e fai scivolare i soldi lì dentro.»
Sorrise ed eseguì. Mentre era calato, il cameriere mi portò l’acqua.
«Anderlecht me l’aveva detto che stai diventando sempre meno spiritoso» disse tornando su.
«La vita ci rende cinici, la mia poi non ne parliamo.»
«Novità sull’obiettivo?»
«Ho quasi la certezza che faccia il cuoco in una delle mense.»
Annuì, bevve un sorso di birra e si asciugò le labbra col dorso della mano.
«Quasi?»
«Sto ancora indagando.»
«Ci stai mettendo un po’ troppo tempo.»
«Coi mezzi che ho a disposizione non posso fare di più. E poi me lo avevate detto voi che non c’era fretta.»
«Dico solo che faresti tutto molto più velocemente se non perdessi tempo con quella stupida ragazzina.»
Stupida ragazzina sarà tua sorella, pensai. E poi vorrei vedere se la chiameresti così dopo averla vista alle prese con Mamadou.

«Faccio quello che posso.»
«Sbagliato. Devi fare quello che diciamo noi. Pensi che non vediamo quello che fai? Gli incontri segreti, i messaggini, le cene. Ti abbiamo già avvisato una volta. Non giocare con la nostra pazienza.»
Bevvi un po’ d’acqua.
«Ribadisco, faccio quello che posso. Comunque, ho fatto dei progressi.»
«Bravo, fanne ancora, ma sbrigati. Se fino adesso hai potuto fare quello che volevi, devi ringraziare Anderlecht. Lui ha voluto darti carta bianca.»
«Questo vuol dire che non ne ho più?»
«Questo vuol dire che ora alcune decisioni le prendo io.»
«Per questo sei qua al posto suo? Non avevi detto che stava male?»
«Sono vere entrambe le cose. Ora decido io e lui sta male.» Si voltò a guardare la vetrata alla sua sinistra. «Le due cose sono collegate.»
Un brivido salì lungo le gambe. Bevvi ancora.
«Chi lo ha deciso?»
«Ordini superiori.»
«Fenerbahçe? La Zoratti?»
«Stai facendo troppe domande. Hai saputo quello che dovevi sapere.»
«Che hai fatto ad Anderlecht?»
Si alzò dal tavolo. Afferrò il bicchiere di birra, bevve un ultimo sorso e lo lasciò lì benché fosse ancora mezzo pieno. Tirò fuori una banconota da dieci euro dalla tasca e me la diede.
«Paga tu. A presto.»
«Fottiti…» sussurrai.
Non rispose. Mi lasciò lì e se ne andò.
Scivolai sullo schienale della sedia. Cercai nella borsa il cellulare per le chiamate importanti. Telefonai ad Anderlecht. Dava spento.