TINA

Sabato sera, ore 20, a casa mia!

Mi presentai puntuale, con una bottiglia di buon vino da supermercato e la camicia più elegante che avessi.

Tina mi accolse con gioia e mi abbracciò forte.

«Era da tanto che non ci vedevamo!»

«Già. Ti trovo bene.»

«Vieni, ti faccio conoscere le altre persone.»

Il salotto era un ampio locale con mobili rosso scuro in legno verniciato e un grosso divano posto davanti a un tavolino di vetro.

C’erano due persone sedute a guardare la televisione. Appoggiato a un bracciolo, col telecomando in mano, ci stava un tizio basso, coi capelli ingellati e una polo verde chiaro.

Al centro del divano, un uomo molto robusto in gilet osservava lo schermo tenendo le mani incrociate sul ventre.

Entrambi si alzarono e ci vennero incontro sorridenti.

«Questo è Biagio. Il mio amico di cui vi ho parlato» mi presentò Tina.

«Piacere!» dissi stringendo la mano a entrambi.

Quello basso era il famoso Gianfranco, mentre il tipo tarchiato si chiamava Fabio.

«Io vado a finire di preparare gli antipasti» disse Tina. «Se volete c’è della grappa nell’armadietto.»

Sparì in cucina e tra di noi scese il gelo dell’imbarazzo. Fu Gianfranco ad avviare la conversazione.

«Allora, come hai conosciuto Tina?»

«Ero amico del suo ultimo ex.»

Fece un ghigno sollevando un angolo della bocca.

«Il tristemente noto Paride.»

«Proprio lui. Tu, invece?»

«Ero amico del suo ex precedente.»

Ci fu una risata collettiva.

«Bene, siamo un gruppo di testimoni di una vita sentimentale travagliata» commentai. «Adesso non mi verrai a dire che anche tu eri amico di un altro suo vecchio fidanzato?» aggiunsi rivolgendomi a Fabio.

«No, no» rispose ridendo. «Ci conosciamo da quando eravamo piccoli. Frequentavamo lo stesso oratorio.»

«Ah, bene.»

Annuii. Altro silenzio.

«Aspetta un attimo!» esclamai di colpo. «Tu sei amico del tizio che ha aggredito Paride al Liviano tempo fa?»

Gianfranco si grattò la nuca e fece una smorfia.

«Sì» ammise imbarazzato. «A volte perde un attimo la ragione. Ma non è cattivo, solo che…»

«Stai tranquillo. Non c’è bisogno che lo giustifichi.»

Tina tornò dalla cucina con due vassoi di metallo pieni di pizzette e tartine.

«Ecco gli antipasti!» annunciò poggiandoli sul tavolo.

«Oh, finalmente» esclamò Fabio.

«Possiamo sederci? Ci siamo tutti?» chiesi.

«Deve arrivare ancora una persona, ma voi accomodatevi pure. Vado a prendere i bicchieri per l’aperitivo.»

Proprio mentre tornava in cucina suonarono al campanello. Gli altri due ospiti avevano già preso posto, per cui feci sfoggio di cortesia.

«Vado io. State pure seduti.»

Aprii la porta d’ingresso e cercai sul citofono il pulsante per aprire il portone. Tina tornò con in mano cinque calici e mi vide in difficoltà.

«Quello in mezzo» mi suggerì.

Premetti il tasto giusto e tornai verso il tavolo.

«Il tuo ospite sa a che piano venire?» le domandai.

«Sì, è già venuta. Siediti, dai!»

Fabio e Gianfranco avevano già iniziato ad assaggiare le tartine e cercai subito di recuperare lo svantaggio.

Tina mise i calici in fila sul tavolo e li riempì con del vino bianco frizzante.

«Cercate di non abbuffarvi. C’è anche dell’altro. Poi questi li ho comprati al supermercato. Il resto della cena l’ho fatto io!»

Mi ricordai del commento poco lusinghiero che tempo addietro Paride aveva fatto sulla cucina della sua ragazza.

«Sono sicuro che sarà tutto buonissimo» dissi.

Il quarto ospite giunse alla porta d’ingresso.

«Scusate il ritardo» disse subito per giustificarsi.

«Amore!» gridò Tina andando verso di lei. «Vieni qua che ti abbraccio. È una vita che non ti vedo!»

Fabio e Gianfranco si alzarono per salutare e farsi presentare. Io restai seduto con una pizzetta tra i denti e la sensazione di essere stato preso per il culo.

«Ragazzi, lei è Elisabetta.»

Gli ospiti le strinsero la mano e si presentarono. Grandi sorrisi, qualche commento di Gianfranco sull’avvenenza di Tina e delle sue amiche, poi tornarono al tavolo.

«Voi due vi conoscete già…» disse Tina facendola accomodare vicino a me.

«Ciao…» riuscii a dire.

«Ciao…» rispose lei rossa in volto.

Mi alzai.

«Tina, mi sai dire dov’è il bagno?»

«Vieni, ti accompagno.»

Mi condusse in un piccolo corridoio vicino alla porta della cucina.

«Avresti dovuto dirmelo che c’era anche lei» dissi a bassa voce quando ebbi la sicurezza di non poter essere sentito dagli altri.

«Un giorno mi ringrazierai.»

«No, non puoi capire…»

«Siete una bellissima coppia! È assurdo il modo in cui vi siete allontanati l’uno dall’altra. Per un motivo che non ho neanche ben capito.»

«Te l’ho detto, è una storia complicata e poi…»

«Tutte balle! La verità è che siete due scemi!»

«Ok, forse hai ragione. Comunque, sarebbe stato carino che tu mi avessi avvisato della sua presenza.»

«Non dovevi andare in bagno?»

«Sì, ma non cercare di cambiare discorso.»

«Allora vai in bagno e smettila di rompere.»

Mi sorrise e se ne andò.

Tirai un sospiro e scossi la testa. Vabbè, ormai siamo qua, pensai.

Quando tornai dagli altri le tartine erano finite, i bicchieri vuoti e Tina stava già servendo il primo.

Elisabetta mi fissò da quando spuntai dal corridoio fino a quando non mi sedetti. Rispetto all’ultima volta che c’eravamo visti aveva i capelli un po’ più lunghi e la pelle un po’ più abbronzata. Indossava una maglietta scura un po’ scollata. Portava degli orecchini vistosi formati da tre dischetti argentati legati tra loro. Sul polso sinistro indossava un piccolo orologio di metallo dalla cassa rettangolare e con le ore in numeri romani.

Presi posto e le sorrisi. Allungai una mano e le accarezzai una coscia.

Tina arrivò con i primi piatti. Servì prima Gianfranco e Fabio, poi me ed Elisabetta. Quello che ci mise davanti avrebbe dovuto essere un piatto di spaghetti con cubetti di tonno e gamberetti. Uso il condizionale perché dall’aspetto sembrava più del pongo giallo con tronchetti di legno. I gamberetti dovevano essersi nascosti bene per la vergogna. Pensai di nuovo a Paride.

«Buon appetito!» annunciò Tina dopo essersi seduta.

Cercai di non lasciarmi condizionare dal giudizio estetico e affondai una forchetta tra gli spaghetti. Nello stesso istante, notai con la coda dell’occhio che Gianfranco aveva già affrontato il primo boccone. Dalla sua espressione capii che per noi non c’era alcuna speranza.

Mentre inghiottivo a fatica la prima forchettata, arrivò un commento inaspettato.

«Complimenti! È squisito!» disse Fabio.

Per poco non mi andò tutto di traverso. Che sarebbe stato comunque meglio che inghiottire.

«Vero. È buonissimo!» aggiunse Elisabetta.

Io e Gianfranco ci guardammo perplessi. Entrambi capimmo il reciproco disagio.

«Fantastico!» esclamammo in coro.

Tina si sciolse in un sorriso luminoso.

«Grazie. Siete troppo buoni! Ce n’è ancora se volete.»

«Beh, intanto finisco questa, poi vedo. Non vorrei togliere spazio per il secondo.»

***

Nonostante il cibo, la cena proseguì molto bene. E, devo ammetterlo, la presenza di Elisabetta rese tutto migliore.

Gianfranco e Fabio erano commensali molto piacevoli e loquaci. Si parlò del più e del meno, niente di memorabile. Il tempo, il lavoro, l’università, le solite cose. Quando arrivammo al secondo, grazie anche al vino, l’atmosfera si rilassò ancora un po’ e si finì a parlare di pene d’amore.

Ah, a proposito di pena. Lo fu anche il secondo, del pesce spada con la consistenza e il colore di una distesa di catrame.

«Io te l’ho sempre detto che quel Paride non mi piaceva» disse Gianfranco.

«Sì, lo so. Me lo avrai ripetuto mille volte» replicò Tina sollevando gli occhi al cielo.

«Sei stata troppo ingenua» commentò Fabio prima di bere un sorso di vino.

«In quella situazione chiunque si sarebbe comportato come me. Vero, Betty?»

Elisabetta sembrava distratta e fu colta di sorpresa.

«Sì. Può succedere…» rispose.

Tina ricominciò a dire la sua. Mi avvicinai all’orecchio di Elisabetta.

«Dì la verità. Non stavi neanche ascoltando.»

Mi sorrise e mi diede una leggera gomitata sul costato.

«Scemo.»

Gianfranco si sollevò un po’ e appoggiò i gomiti sul tavolo.

«L’importante è che non ci pensi più. Era solo uno stronzo. Gente del genere è meglio perderla che trovarla.»

«Già…» sospirò Tina.

«E poi ricordati, c’è sempre qualcuno che sta peggio di te.»

«Che intendi?»

«Te la ricordi la cugina di Arturo?»

«Certo che la ricordo! Le è successo qualcosa?» Tina notò che io ed Elisabetta eravamo un po’ spaesati. «Arturo è il mio ex» spiegò.

«Quello della rissa con Paride?» chiesi.

«Sì.»

«Come ti ho detto prima, è un tipo strano, particolare, bisogna saperlo prendere, ma non è cattivo. Con me si è sempre comportato bene e ho ancora contatti con lui» disse Gianfranco.

Aveva cambiato espressione. Non sorrideva più.

«Mi stai facendo preoccupare, Gianfry» disse Tina.

«Ha vissuto una bruttissima esperienza» disse Gianfranco.

«Che è successo?»

La risposta fu preceduta da un lungo respiro.

«Qualche mese fa ha subito un tentativo di stupro.»

«Oddio… sul serio? Ma quando?»

«L’estate scorsa. Non si è fatta quasi niente, ma è rimasta molto traumatizzata.»

Per qualche secondo provai a cercare qualcosa da dire, ma mi resi subito conto che la cosa migliore era stare zitti.

«Povera ragazza…» disse Tina. «L’ho conosciuta un paio d’anni fa. Sempre gentile, sorridente, disponibile con tutti… sono sconvolta…»

Elisabetta si era appoggiata al tavolo coprendosi la bocca con una mano. Fabio continuava a bere vino e ascoltare.

«Non dirlo a me. Non ci ho dormito per giorni. Tu sai bene quanto tenga a quella ragazza» continuò Gianfranco mentre si sistemava sulla sedia.

«Ma il tizio?» gli chiesi. «Lo hanno preso?»

«Premettiamo una cosa: tutto questo rimanga tra noi. Non sta bene che vada a raccontare i fatti altrui in giro, ma ormai l’argomento è venuto fuori, Tina la conosce e voi comunque sembrate persone discrete.»

«Vai tranquillo. Odio i pettegolezzi» dissi.

«No, quello stronzo è riuscito a farla franca. Lo ha conosciuto in discoteca. Hanno fatto amicizia e lui l’ha invitata a casa sua. Lei non era interessata, ma le sembrava innocuo e simpatico. Quando si sono trovati da soli l’ha aggredita e ha cercato di violentarla. L’ha picchiata, ma non è riuscito a fare altro. Lei è stata brava, si è difesa ed è riuscita a scappare. Subito dopo il fatto il tizio ha fatto perdere le sue tracce e non lo hanno più ritrovato. Una merda d’uomo… pensate che aveva persino piazzato una telecamera per riprendere tutto quanto.»

«Cazzo…» esclamò Elisabetta a voce bassa.

Fabio scosse la testa e si scolò un altro bicchiere di rosso. Io incrociai le braccia sul petto e abbassai la testa.

Tina rimase con le mani giunte appoggiate sulle labbra. Aveva gli occhi lucidi.

«Ti prego, Gianfry. Quando la senti, salutamela tanto.»

«Guarda, credo che potrai farlo di persona. Tra qualche giorno dovrebbe venire qua a Padova a trovare i suoi cugini» rispose lui accennando il primo sorriso dopo un po’.

«Davvero? Mi farebbe davvero piacere rivederla.»

«Ci possiamo organizzare. Penso che anche a lei farebbe piacere.»

«Grazie! Mio dio, non so che dire.»

«È stata una bella botta per tutti quelli che la conoscono. Ma lei è stata fantastica. Ha vissuto giorni molto brutti, ma a quanto mi hanno raccontato ne è venuta fuori molto bene ed è ripartita come se non fosse successo niente.»

Tutti bevvero un sorso dal loro bicchiere senza dire niente per qualche secondo.

«Che ne dite se passassimo al dolce?» suggerì alla fine Elisabetta.

No, il dolce no, pensai.

«Buona idea! Vado a prenderlo!» esclamò Tina.

«Ho bisogno di aria fresca. Posso andare due minuti sul balcone?» le chiesi.

«Certo, è là!» mi rispose indicando un finestrone.

Mi alzai e uscii. L’aria era fresca, tanto che rimpiansi di non essermi portato una felpa. Il balcone era piccolo e stretto, con un parapetto in ferro battuto. Mi appoggiai sulla ringhiera e osservai prima il cielo, poi le poche auto che passavano lì sotto. La Porta Liviana e la Chiesa di San Prosdocimo erano in vista. Sant’Antonio era lì vicino, da qualche parte.

Sentii la finestra aprirsi. Elisabetta si appoggiò di fianco a me.

«Non mi aspettavo di trovarti qua» disse.

«Nemmeno io.»

«Tina non ti aveva detto niente, vero?»

«No.»

«Neanche a me.»

Una folata di vento fece frusciare le foglie degli alberi.

«Ti trovo bene» dissi guardandola in faccia.

«È bello rivederti.»

«Lo è anche per me.»

Si avvicinò, mi afferrò un braccio e si strinse forte a me.

«Mi manchi.»

«Dai, Eli, non farmi ripetere sempre le stesse cose.»

«Lo so. Ma almeno lasciami questi momenti. Che male c’è?»

«Rendono tutto più difficile.»

«Non è facile in ogni caso. Tanto vale.»

Mi liberai dalla presa e l’afferrai per le spalle. Aveva gli occhi un po’ lucidi.

«Anche tu mi manchi molto. Ho passato dei giorni terribili. Prima, quando sei entrata, per poco non ci rimanevo dalla felicità.»

Sorrise.

«Per un secondo ho pensato che fossi un sosia» disse.

«Però…»

«Li odio i tuoi “però”.»

«Non piacciono neanche a me, non credere.»

«Però cosa, allora?»

«Però non dobbiamo illuderci.»

Altra folata di vento. Un automobilista sbagliò a inserire la marcia facendo grattare il cambio. Un cane, chissà dove, abbaiava.

Elisabetta si gettò sul mio petto. L’abbracciai e le diedi un bacio in fronte. Mi accarezzò. Mosse il viso verso le mie labbra. L’allontanai.

Rimase col viso basso. Diede un’occhiata all’orizzonte. Respirò.

Si mosse verso la finestra. Le presi un polso, la tirai verso di me e la baciai.

«Entra prima tu che poi Tina si fa strane idee» le dissi.

Annuì, mi diede un altro bacio e tornò dentro.

Tornai sulla ringhiera. Mi passai le mani sul volto.

Quando ritenni trascorso un margine di tempo sufficiente, mi stiracchiai ed entrai. Tina stava servendo il dolce.

«Biagio, siediti che c’è la torta. L’ho fatta io.»

Presi posto e sperai che quella cena finisse in fretta. Elisabetta era ancora di fianco a me. Gli occhi sembravano tornati asciutti, ma erano ancora un po’ arrossati.

Tina mi porse un piattino con una fetta di torta al cioccolato dalla forma floscia e il colore troppo scuro. Il primo morso fu affrontato con meno serenità di una roulette russa. Sarà stato perché ormai mi aspettavo una morte improvvisa, ma in realtà il gusto di quell’ammasso nerastro non era neanche malvagio. A parte un leggero retrogusto di detersivo.

Dopo il dolce venne servito il caffè che, almeno quello, era normale e bevibile. Una carezza dopo un’ora e mezza di calci e sputi.

La conversazione con gli altri ospiti proseguì tranquilla, senza altre sorprese. Quando Fabio disse di essere un tecnico informatico la discussione virò verso le richieste più strane che gli erano state sottoposte dai suoi clienti e per una buona mezz’ora lui e le sue storie furono i protagonisti indiscussi.

Poco dopo mezzanotte, tutti convenimmo che era arrivato il momento di tornare a casa. Ci offrimmo di dare una mano a sparecchiare, ma Tina non ne volle sapere. Per sdebitarmi, continuai a farle dei sincerissimi complimenti per la sua cucina mentre ci accompagnava alla porta. Baciò e abbracciò tutti, poi ci congedammo.

«Volete un passaggio?» chiese Fabio appena fuori dal portone. «Quella è la mia auto» aggiunse indicando una berlina blu scuro parcheggiata dall’altra parte della strada.

«Molto volentieri!» risposi.

«Gianfranco, tu cosa fai?»

«Se non è disturbo, mi faresti un grosso favore.»

«Ma quale disturbo. Ci mancherebbe.»

Elisabetta fece un passo indietro.

«Io vado a piedi. Devo vedermi con un’amica qua vicino.»

«Sicura? È tardi, non è bello che una ragazza giri tutta sola a quest’ora.»

«No, davvero, grazie, ma devo fare solo pochi passi. Non è un problema.»

«Come vuoi. A presto, allora» disse Fabio porgendole la mano. «È stato un piacere conoscerti.»

«Anche per me.»

Salutò pure Gianfranco con una stretta di mano. Con me fu meno formale. Mi abbracciò e mi diede un bacio sulla guancia. La osservammo mentre svoltava in una via, poi salimmo in macchina.

«Hai visto come ti ha salutato?» mi chiese Fabio. «Secondo me le piaci.»

«Dici? Mah, non credo…»

Lasciai cadere il discorso e mi accomodai sul sedile posteriore. Allacciammo le cinture e partimmo.

Gianfranco tirò fuori il cellulare da una tasca.

«Fabio, posso chiederti una cosa?» chiese.

«Dimmi.»

«So che rischio di fare una figura come quelle che hai raccontato prima a proposito dei tuoi clienti, ma ho un problema col mio PC. Da un paio di giorni, ogni volta che lo accendo mi compare questa schermata.»

Cercò sul telefono una foto e poi la mostrò.

Fabio le diede un’occhiata veloce mentre procedevamo lungo un rettilineo.

«È grave?» chiese Gianfranco.

«No, tranquillo. Posso risolverti tutto in dieci minuti. Se vuoi posso farlo anche appena arriviamo a casa tua. È una sciocchezza.»

«Sul serio? Grazie! Oh, ovviamente ti pago.»

«Mi offri una birra e siamo pari.»

«Aspetta. Già che ci sono ti faccio vedere un’altra cosa.»

Continuò a cercare tra le foto del cellulare.

«Casa mia è di qua» dissi a Fabio.

«Ah, guarda un po’ che foto ho trovato» esclamò Gianfranco. «Questa qua è la cugina del mio amico, quella di cui vi ho parlato prima. Non è bellissima?» disse mentre faceva vedere lo schermo a Fabio.

«Ah, però!» fu il commento.

Mi passarono il telefono.

«Guarda anche tu. Che te ne pare?»

Era una foto di Gianfranco. Era abbracciato a due ragazze in un locale, forse una discoteca. Una delle due tipe era una bionda abbondante, quasi tracagnotta.

L’altra era una mora. Abbronzata. Vita sottile. Seno prosperoso. Capelli neri. Frangetta. Sorriso perfetto.

Gaia.

L’altra ragazza era Gaia.

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