Dopo avermi colto del tutto impreparato con la sua svolta sentimentale, Paride mi stupì ancora di più andando in totale paranoia per lo studio. Aveva passato i precedenti tre mesi a ripetermi che c’era tempo e che l’università era un’esperienza che andava affrontata rilassati. Ora rifiutava le mie proposte di andare a fare aperitivo perché troppo impegnato ad analizzare il Purgatorio della Divina Commedia.
Elisabetta stava anche peggio. In quel semestre, causa lavoro, non aveva dedicato molto tempo ai libri e si trovava abbastanza indietro. Nonostante questo, si era ripromessa di dare più esami possibili e voleva passare a tutti i costi Letteratura Italiana I. Esame che io non avrei sostenuto nemmeno se in cambio mi avessero promesso la fuga in Costa Rica.
Passammo insieme qualche pomeriggio in biblioteca, anche se per me si trattava più che altro di una perdita di tempo. Non avevo niente da studiare. Facevo finta di dedicarmi a Dante o a Machiavelli, sostenendo di voler provare a dare letteratura, ma era solo una squallida finta. Ne approfittavo per dare un’occhiata a impiegati e presenti. Un’operazione che prendeva al massimo una decina di minuti e che, dopo la rivelazione sulle mense, in fondo era diventata inutile.
Una mattina, stufo di far finta di leggere per ore, cercai di unire le esigenze di tutti e proposi di andare alla biblioteca del dipartimento di Storia che si trova proprio a poche decine di metri da una piccola mensa. La mia proposta venne accolta con favore.
Ci trovammo di mattina presto, facemmo una veloce colazione in un bar lì vicino ed entrammo in biblioteca. In seguito, partì il solito rituale. Sguardo attento alle impiegate, giro tra gli scaffali, capatina in bagno, caffè, studio nei tempi morti.

Per fortuna arrivò in fretta mezzogiorno. Elisabetta si fidava poco del cibo della mensa e avrebbe voluto tornare nel bar della colazione, ma riuscii a convincerla. A Paride invece interessava solo spendere il meno possibile, per cui fu dalla mia parte sin dall’inizio.
Raggiungemmo l’entrata e scendemmo le scale fino al piccolo salone. C’era un po’ di coda e aspettammo circa un quarto d’ora.
Quando mi servirono, gli occhi iniziarono a muoversi in tutte le direzioni. A riempire i piatti c’erano solo signore di mezza età che, a giudicare dalle loro espressioni, sembravano essere dietro quei banconi da secoli. Alla cassa presenziava un cinquantenne con ciuffo sale e pepe e pancia prominente.
Mi venne la depressione. Un altro giro a vuoto, pensai.
Insieme al cibo ci dettero anche un piccolo tagliando di carta verde che serviva per farsi servire il caffè o, in alternativa, un dolce.
Il salone, come detto, non era molto grande, ma riuscimmo comunque a trovare tre posti a un tavolo addossato a un muro, sotto un poster raffigurante New York in bianco e nero. L’unico tratto poetico di un posto abbastanza triste. Il soffitto era basso e l’arredamento minimale. Persino la luce pareva più smorta di quanto non fosse in realtà.
«Voi come siete messi con letteratura?» chiese Elisabetta poco prima di iniziare a mangiare.
«Mi mancano ancora tutte le rime del Tasso, ma per il resto procedo abbastanza bene» rispose Paride. «Tu invece, Biagio?»
«Mah, per adesso va tutto ok.»
Mi guardarono come si fa con un vecchio rimbambito.
«Come fai a essere così tranquillo?» domandò Paride.
«È solo un esame. Non ho intenzione di rovinarmi i nervi per una cosa del genere.»
«Sì, ma un conto è stare tranquilli, un conto è non fare un cavolo come fai tu.»
«Non è vero che non faccio niente!»
«Beh, insomma» commentò Elisabetta. «Ogni volta passi più tempo in giro che sul libro. E non mi sembra che poi recuperi studiando a casa.»
«Ho una buona memoria fotografica.»
«Beato te. Il mio cervello invece è un enorme buco nero dove tutto passa senza fermarsi.»
Paride deglutì e puntò la forchetta verso Elisabetta.
«Beh, hai almeno un buco in cui passa qualcosa.»
Curvo su un piatto di risotto, impiegai qualche secondo per cogliere il doppio senso delle parole di Paride. Quando mi alzai, vidi Elisabetta, cupa in volto, che stringeva il coltello.
«Questa era pesante…» commentai con una smorfia cercando di stemperare.
«Cafone» si limitò a dire lei, posando saggiamente la posata.
«Dai, era solo una battuta.»
«Una battuta volgare e per nulla divertente.»
«È in momenti come questi che mi spiace che non ci sia Tina» intervenni.
Paride si girò di scatto.
«Ancora con questa storia?» replicò a muso duro.
«Quale storia?»
«Io non cambio atteggiamento quando c’è Tina.»
«Anche fosse, che male ci sarebbe?»
«Non è così. Vedi di piantarla.»
Le vene del suo collo si erano ingrossate. Gli occhi erano spalancati.
«Dai, diamoci una calmata. Questi esami ci stanno facendo diventare scemi» dissi per segnare la tregua.
«Già…»

Finimmo di mangiare in silenzio. Nel frattempo, notai sulla mia destra il piccolo bancone con la macchina per l’espresso. Presi il mio biglietto verde e lo alzai in aria.
«Chi vuole un caffè?» domandai.
«Io» rispose Elisabetta.
Paride si alzò dalla sedia e si infilò in fretta il cappotto.
«Io vado a fumare» si limitò a dire guadagnando l’uscita.
Elisabetta lo guardò scuotendo la testa.
«Mi sa che si è offeso.»
Mi appoggiai sul tavolo e mi sollevai in piedi.
«Stai tranquilla. Gli passerà.»
Ci avvicinammo al bancone e porgemmo i nostri biglietti al barista. Era un tizio magro, abbronzato, con la testa pelata e lucida. Nessuna somiglianza rilevante con l’obiettivo.
I caffè ci furono serviti in piccoli bicchieri di plastica marrone. Mentre Elisabetta si versava lo zucchero provai a scambiare due parole col barista.
«Bel posto qua.»
«Bel posto di merda!» esclamò lui di rimando.
Per poco non rovesciai tutto ridendo.
«Non ti piace lavorare qui?» dissi mentre strappavo una bustina di zucchero.
«Ragazzo, c’è di meglio che passare la giornata a servire caffè.»
«Su questo non posso darti torto.»
«E poi questi miserabili pagano una miseria.»
«Ah, mai aspettarsi troppo dall’Università di Padova.»
Il barista afferrò uno straccio umido e iniziò a passarlo sulla macchina del caffè.
«Ma no, non c’entrano niente quelli.»
Elisabetta bevve un sorso e si appoggiò sul bancone osservando la scena.
«Ah, no?»
«Questa è una mensa privata. Siamo solo convenzionati con l’università.»
«Quindi qua dentro nessuno lavora per loro?»
«Non direttamente. Il nostro datore di lavoro è un’azienda, robe di preti, non lo so. Mi interessa solo che mi arrivi il bonifico ogni mese.»
Non feci in tempo a fare altre domande. Una voce stentorea riecheggiò nella sala.
«Nicola, puoi venire un attimo qui?»
Il barista si mise lo straccio su una spalla e andò verso le cucine senza nemmeno salutare.
«Da quando ti interessi delle condizioni lavorative dei dipendenti della mensa?» mi chiese Elisabetta sorridendo.
«Può essere interessante sapere come lavorano queste persone.»
«Visto il retrogusto di fritto della mia insalata, direi che “lavorare” è una parola grossa.»
«Se ti può consolare quel retrogusto ce l’aveva anche la mia pasta. E il pane. E anche l’acqua, ora che ci penso.»
Si mise a ridere.
«Diventi sempre più stupido.»
Recuperammo le borse e uscimmo. Lei infilò un braccio sotto il mio e si strinse a me. Aveva un ottimo profumo con delle note di ciliegia.
«Che ti prende?» chiesi.
«Niente. Ho freddo e voglio scaldarmi» rispose accarezzandomi.
«Va bene…»
Arrivammo alla porta.
«Mi faresti un piacere?» chiese lei.
Sorrisi girandomi dall’altra parte. Poi tornai serio e la guardai.
«Dipende.»
«Tu quando lo dai l’esame di letteratura?»
«Non lo so. Credo al secondo appello. Perché?»
«Perché io voglio darlo al primo.»
«E quindi?»
«Non è che verresti a farmi compagnia il giorno dell’esame?»
«Non lo so, devo vedere.»
«Cosa?»
«Le date degli altri esami, impegni vari, cose così.»
Attraversammo la strada e ci trovammo sotto il portico di Via Vescovado. Scorsi da distante Paride davanti all’entrata del dipartimento di Storia. Stava ancora fumando. Lo indicai con un gesto del capo.
«Eccolo là, il nostro amico permaloso.»
Elisabetta non rispose. Mi lasciò libero il braccio e respirò a fondo.
«Grazie per prima» disse mettendosi le mani nelle tasche del giaccone bordeaux.
«Per cosa?»
«Per avermi difeso dopo la battutaccia di Paride.»
«Ma io non difendevo te. Insultavo solo lui. Ogni tanto se lo merita.»
Alzò le sopracciglia, ma trasformò subito l’espressione in un broncio.
«Sei insopportabile.»
«Allora vacci da sola a fare l’esame.»
«Lo farò.»
Sentivo le mani e lo stomaco che formicolavano. E non era per il pranzo in mensa.
Mi diede un pugno sulla spalla e rise.
«Quando è l’esame?» domandai.
«Il due febbraio.»
Aveva la schiena dritta, le spalle ben distese, gli occhi sereni, i capelli mossi, la bocca piegata in un sorriso.
Mi venne voglia di morderla. Lei, la bocca, qualsiasi cosa.
«Ci sarò.»
***

Anderlecht fu d’accordo con me nel sostenere che quella mensa poteva essere eliminata dalla lista. Il fatto che non fosse direttamente gestita dall’università significava che l’obiettivo non poteva trovarsi lì. Le indicazioni che i miei guardiani avevano ricevuto erano abbastanza chiare. L’uomo a cui davo la caccia era un dipendente diretto e gli impiegati di quella mensa non lo erano.
Per evitare di apparire troppo strano lasciai stare le ispezioni quotidiane alle mense per una settimana. Continuai a frequentare le biblioteche con Elisabetta e Paride che, nel frattempo, sembrava aver dimenticato il mezzo alterco della battutaccia.
Nel frattempo, arrivò il due febbraio, il giorno dell’esame di Elisabetta.
Quella mattina, mi travolse di messaggi.
ELISABETTA
Dove sei?
ELISABETTA
Quando arrivi?
ELISABETTA
Sono in Sala Branca, comunque
ELISABETTA
Arrivi, vero?
ELISABETTA
Tanto non passo, lo so…
Venne l’ansia pure a me, così decisi di recarmi il prima possibile al Maldura. Una volta varcata l’entrata, girai a sinistra verso il portone vicino alla guardiola e salii fino al primo piano.
Elisabetta si trovava nel locale adiacente alla Sala Branca, uno stanzone affrescato con al centro un grosso tavolo e ai lati un paio di divanetti in pelle nera.
Lei era seduta su uno di questi, accanto a un tizio di quasi due metri. Aveva i capelli raccolti. Indossava il pullover arancione e un paio di jeans neri. Sulle gambe teneva un quaderno carico di appunti scritti in piccolo e segni gialli e verdi fatti con l’evidenziatore. Era troppo intenta a ripassare e mangiarsi le unghie per accorgersi del mio arrivo.
«Buongiorno» la salutai inginocchiandomi vicino a lei.
Quando mi vide, la sua espressione si schiarì per un attimo.
«Ciao! Sei venuto sul serio!»
«Te lo avevo promesso, no?»
Mi diede un bacio sulla guancia e ritornò cupa sul quaderno.
«Ha già fatto l’appello?» domandai.
«Sì, sì. Sta interrogando una ragazza.»
Dalla porta aperta che dava sulla Sala Branca si sentì provenire la voce baritonale del professore che chiedeva qualcosa riguardo alla composizione de “Il Principe”.
«Che numero sei?» chiesi.
«La settima.»
Presi una sedia dal tavolo e la sistemai vicino a lei, cercando di non ostruire più di tanto il passaggio dalla porta che si trovava alle mie spalle.
Per distrarmi contai i presenti. Nel salone, esclusi noi, c’erano una quindicina di persone, undici ragazze e quattro ragazzi. Non potevo vedere dentro la Sala Branca, ma c’ero già stato una volta e ricordavo che conteneva al massimo un’altra decina di posti.
Erano tutti visi ormai familiari, tutta gente che vedevo ogni mattina. Di qualcuno conoscevo anche il nome, con altri avevo anche scambiato qualche parola.
L’esame della prima ragazza terminò. Al momento del voto tutti allungarono la testa verso la porta per ascoltare meglio. Fu un ventotto che provocò qualche sospiro di sollievo e un paio di sorrisi liberatori.
«Beh, dai, è fattibile allora» si sbilanciò qualcuno.
Elisabetta fu l’unica a non calmarsi.
«Ho paura di non farcela» disse appoggiandomi una mano sul ginocchio. Gliela strinsi forte.
«Ma non hai sentito? La tipa ha preso ventotto e ha risposto a metà delle domande. Stai tranquilla. Passerai.»
«No, invece. Me lo sento. Vedrai che succederà. Sono sicura che quando sarà il mio turno avrà finito le domande facili e inizierà con le cose difficili che non so.»
Il professore chiamò un certo Storti che si rivelò essere l’altissimo vicino a Elisabetta. Mi sedetti vicino a lei dato che si era liberato il posto.
«Sicura sulla base di cosa?» chiesi.
«Lo sono e basta. È così!»
«Scommettiamo che non sarà così?»
«No, perché perderei.»
«Madonna, che pesante che sei…»
«Puoi sempre andartene» replicò secca.
Le passai una mano sulla coscia.
«No, ci tengo troppo a vederti bocciata.»
Sorrise un istante, poi tornò sugli appunti.
Nel frattempo, lo Storti interrogato arrancò verso uno squallido ventuno, mentre la successiva Goldoni venne fermata a metà del colloquio per manifesta ignoranza. La sua bocciatura provocò in Elisabetta venti minuti di pessimismo che si placò solo quando Belloni, la numero quattro della lista, se ne uscì con un trenta parso ai più abbastanza regalato.
Milesi fu il quinto.
Elisabetta chiuse il quaderno, lo infilò tra lei e il bracciolo del divanetto e si passò le mani sul volto.
«Basta, basta, basta!» esclamò.
«Che hai?» domandai.
«Sono stufa di Dante, di Petrarca, di Boccaccio, di Machiavelli, di Ariosto e di tutta questa gente morta da secoli che non ha fatto altro che scrivere cazzate su cui ci rompono ancora le palle!»
«Vuoi ritirarti?»
«No, però non ne posso più di ripassare. Ormai so quello che so ed è inutile continuare.»
«È la prima cosa sensata che hai detto stamattina.»
Si sentì un cellulare fare un paio di bip.
«Oh, cavolo, è il mio» disse rovistando nella borsa.
Digitò qualche tasto, lesse, rispose e lo mise via.
«Novità?»
«Oh, sì. Mary ha detto che viene a fare un giro fin qua per vedere come sto.»
«Capito. Bene dai, così mangiamo tutti insieme.»
«Sì, se finisco entro mezzogiorno però.»
Non dissi più niente e ascoltammo qualche domanda dell’interrogazione in corso.
«Ah, forse viene pure Marta» disse all’improvviso Elisabetta.

Sentii una morsa intorno al collo. I muscoli delle spalle si contrassero verso l’alto.
«Ma dai? Sul serio?» commentai.
Mi alzai dal divano cercando di essere disinvolto.
«Dove vai?» chiese Elisabetta.
«Chi? Io?»
Allargò le braccia perplessa.
«Che domande fai?»
«Ho un impegno. Devo andare» dissi scattando verso l’uscita.
Si alzò e mi venne dietro fino all’inizio delle scale.
«Aspetta un attimo. Avevi detto che saresti rimasto con me fino all’esame.»
«Sì, ma mi sono ricordato di avere un impegno. Mi spiace» risposi senza fermarmi.
«Mi lasci da sola, così, all’improvviso?»
«Ho una visita medica. Sai, l’influenza dell’altra volta…»
«E ti sei ricordato solo ora di avere una visita medica?»
«No. Dovevo ricevere conferma per messaggio ed è arrivata poco fa.»
«Ma se non hai mai preso in mano il cellulare!»
«Devo andare e basta, ok?»
Arrivammo al pianterreno. Lei si bloccò in mezzo alle scale gridando.
«Ma insomma, ti vuoi fermare?» Lo feci, ma solo come riflesso automatico alle grida. «Cosa sta succedendo?»
«Niente…»
«Fammi vedere il messaggio del dottore, allora.»
Abbassai lo sguardo grattandomi la nuca.
«È complicato…»
«Dove stai andando?»
Mi passai le mani sul volto e presi fiato.
«Ascolta, posso spiegarti. Non ora, forse nemmeno domani, ma prima o poi potrò spiegarti tutto.»
«Non capisco…»
«Ti scongiuro, non chiedermi altro e fammi andare via.»
«Tutto questo non mi piace…»
«Non piace neanche a me.»
«Allora dimmi cosa sta succedendo, per piacere.»
«Ti ho già detto che non posso.»
«Non hai detto un bel niente.»
«Ah, ti prego, smettila! Devo andarmene!»
«Perché?»
«Perché è così e basta!»
«Ascolta, sono già agitata per l’esame e voglio solo capire…»
«Basta, porca miseria! Non me ne frega un cazzo del tuo esame di merda, ok? Lasciami andare e smettila di rompermi i coglioni!»
Elisabetta rimase a bocca aperta con le braccia lungo il busto. Provai a dire qualcos’altro, ma la bocca si muoveva senza che venissero suggerimenti sensati dal cervello.
Non disse niente. Le tremavano le mani. Feci un passo verso di lei, ma si voltò di scatto e tornò di sopra.
«Eli, aspetta!» gridai.
Non si voltò e proseguì quasi correndo fino al piano di sopra.
Ecco, pensai, un’altra porta che viene sbattuta.