Sbiancai.
Il rumore del portone che si chiudeva fu come un pugno dietro la nuca.
Elisabetta notò il mio improvviso pallore.
«Ti senti bene?»
«Dov’è il bagno?» chiesi tenendomi lo stomaco.

«Seconda porta a sinistra nel corridoio.»
Prima che potesse fare o dire altro, corsi in quella direzione e mi chiusi a chiave. Mi appoggiai sulla porta e scivolai per terra. Il corridoio si riempì di saluti e baci. Una voce femminile strepitò coprendo le altre.
«Amori! Da quanto tempo non ci vediamo!»
Era lei. Mi venne lo stesso impulso di prenderla a sberle che mi aveva sempre provocato.
Sperai di trovare nella finestra del bagno una possibile via di fuga. Alzai la tapparella cercando di non fare troppo rumore e controllai l’esterno. Nessun appiglio o cornicione.
Si sentì bussare.
«Biagio, va tutto bene?» domandò Elisabetta.
Feci finta di tossire e farfugliai una serie di suoni che potevano assomigliare a una frase. Aveva poco senso visto che prima avevo simulato un malanno intestinale, ma la cosa non venne notata.
«Come, scusa?» chiese lei.
Mi avvicinai alla porta e parlai con voce rauca.
«Non credo di sentirmi molto bene.»
«Oh no, mi dispiace. Che hai?»
Mi maledissi per l’ennesima bugia e cercai di rincuorarla.
«Non ti preoccupare. Tra un po’ mi passa. Vai pure dagli altri. Appena mi riprendo arrivo.»
«Sicuro?»
«Sì, sì.»
«Va bene. Se hai bisogno di qualcosa sono di là in cucina.»
La sentii riferire quello che mi era successo e riuscii a intercettare qualche frase, comprese quelle di Marta che si dichiarava davvero dispiaciuta e desiderosa di conoscermi.
Ah, guarda, non sarebbe piacevole per nessuno dei due, pensai.
Mi massaggiai le tempie nella speranza che ciò aiutasse la gestazione di un’idea. Mi sedetti sul water con la testa appoggiata sulle mani. Respirai a fondo e mi preparai a una nuova bugia. Non ebbi il coraggio di chiamarla e aspettai il più possibile. Dopo dieci minuti, tornò a bussare.
«Come va? Mi stai facendo preoccupare.»
Mi alzai e distesi le spalle. Girai la chiave e aprii la porta di qualche centimetro per farmi vedere in faccia.
«Va un po’ meglio» dissi. «Ma è meglio che vada a casa.»
Mi passò una mano tra i capelli fermandola sulla fronte.
«In effetti sei un po’ caldo» commentò scambiando l’agitazione per febbre.
«Mi andresti a prendere il cappotto, per piacere?»
«Va bene, ma non vieni a fare almeno un saluto?»
«No, guarda, è meglio di no. Odio farmi vedere in queste condizioni.»
«Ci tengono a conoscerti.»
«Lo so, mi dispiace, ma devo insistere.»
«Ok, d’accordo.»
«E non farli venire qua. Salutameli tanto e ringrazia Mary e Jelena per tutto quanto.»
Annuì e andò in cucina. Spiegò agli altri la situazione e partì di nuovo il coro di manifestazioni di dispiacere. Quando tornò, uscii dal bagno con molta cautela e mi aiutò a indossare il cappotto. Diedi qualche occhiata in fondo al corridoio, ma non comparve nessuno, anche perché i due ospiti davano le spalle alla porta e Mary li stava travolgendo con una raffica di parole. Mi avvicinai all’uscita barcollando un po’. Elisabetta mi controllava da dietro.
«Mi dispiace davvero tanto» dissi pensando a qualcosa di diverso da quello che lei aveva in mente.
«Ma stai scherzando? Di cosa dovresti dispiacerti?» Abbassai gli occhi e lei piegò le ginocchia per guardarmi in faccia. «Vuoi che ti riaccompagni a casa?»
«No, tranquilla. Non c’è bisogno. Adesso vado dritto sotto le coperte e provo a dormire. Stasera ti chiamo e ti aggiorno, ok?»
Fece di sì con la testa e mi accarezzò la parte destra del collo. Serrò le labbra e aggrottò le sopracciglia.
L’afferrai con dolcezza e le diedi un bacio sulla fronte. Lei mi cinse con le braccia e si strinse più forte che poteva.
«È meglio che vada» dissi prima di darle un altro bacio.
Mi liberò e mi fece uscire. Mi osservò mentre scendevo le scale. Alzai la testa e la salutai con la mano. Lei sorrise e fece lo stesso.
Scesi in strada ed entrai nel primo bar aperto. Comprai tre birre medie. Arrivai a casa, mi buttai sul divano e mi ubriacai guardando un melenso film di Natale in televisione.
***

Uscii dalla doccia e mi legai un asciugamano blu scuro intorno alla vita. Proprio in quell’istante, il cellulare iniziò a squillare. Pur ancora gocciolante, andai in cucina a rispondere.
«Ciao, Biagio, tutto ok?» mi chiese subito Elisabetta. «Come ti senti oggi?»
Abbassai la testa e mi passai una mano sui capelli bagnati.
«Ciao…» risposi bloccandomi subito.
«Va un po’ meglio?» domandò lei per forzarmi una risposta.
«Sì, sì… ma non sto ancora tanto bene. Credo di aver preso un virus o qualcosa…»
«È tutto così strano…»
Sentii la schiena bloccarsi e il cuore accelerare.
«A cosa ti riferisci?» chiesi con un fil di voce.
«Beh, è stato tutto così veloce. Un momento stavi bene, il momento dopo sei diventato tutto pallido e sei corso in bagno.»
I muscoli del collo tornarono a rilassarsi. Presi un bel respiro.
«Lo sai come sono queste cose. Ogni anno c’è un’influenza peggiore di quella precedente.»
«Sicuro che non sia stata colpa del cibo? Guarda che ce lo puoi dire, non ci offendiamo, anzi. Nel caso vorremmo saperlo per farci perdonare.»
«No, tranquilla. È solo un brutto malanno.»
«Ok…»
«Ho solo bisogno di qualche giorno di riposo per riprendermi.»
«Vuoi che venga lì a prendermi cura di te?»
Alzai gli occhi verso il soffitto gridando una bestemmia senza voce.
«Grazie, ma davvero, non ce n’è bisogno. Mi faccio vivo io quando sarò guarito. Va bene?»
Si prese un secondo di riflessione prima di rispondere.
«Va bene, dai. Ti lascio riposare. Copriti e cerca di mangiare sano per qualche giorno.»
«Vuoi dirmi che devo pure vestirmi per mangiare i due doppi cheeseburger che ho ordinato per stasera?»
«Dai, non fare lo stupido…»
«D’accordo. Farò il bravo.»
«Ecco. A presto, allora.»
«A presto.»
Chiusi la conversazione e mi lasciai scivolare su una sedia. Anche se in realtà ero sanissimo e quei due doppi cheeseburger li avevo ordinati davvero, intuii che la morsa allo stomaco che avevo non me li avrebbe fatti mangiare comunque.
Mi alzai e andai a vestirmi. Ritornai in bagno, inserii la spina del fon nella presa e iniziai ad asciugarmi i capelli. La condensa sullo specchio andò sparendo a poco a poco, svelando lentamente la mia immagine riflessa.
Vuoi che venga lì a prendermi cura di te?
Ripetei mentalmente quella frase per decine di volte. Con almeno due voci diverse. Dopo qualche minuto, ne ebbi abbastanza. Spensi tutto e tornai a recuperare il cellulare.
Ci pensai su per qualche secondo e poi sì, mi resi conto che il numero non lo avevo ancora dimenticato. Ci furono quattro squilli.
«Pronto?» chiese all’improvviso Giulia. Rimasi con la bocca aperta, senza fiato. «Pronto, chi è?» insistette lei.
Chiusi gli occhi, scossi la testa.
«Niente, mi scusi. Ho sbagliato.»
***
«Inizia a studiare qualcosa per gli esami» mi disse Anderlecht mentre si accendeva una sigaretta.

Era una mattina freddissima e umida, il cielo era grigio. Con un tempismo discutibile, viste le condizioni climatiche, avevamo scelto di cambiare la solita routine e di trovarci all’aperto, su una panchina dei Giardini dell’Arena.
«Come sarebbe a dire “studiare”?» chiesi in una nuvola di vapore.
«Sei uno studente di Lettere, no?»
«No, faccio finta di esserlo.»
«Appunto. Se non dessi nessun esame sarebbe sospetto.»
«Visto l’andazzo che ho riscontrato direi che sarebbe più sospetto il contrario.»
«Dai, sii serio per un secondo. Devi darlo, qualche esame. Copia, imbroglia, fatti buttare fuori col diciotto, ma vedi di fare qualcosa.»
«Tra ammazzare uno sconosciuto e dover studiare per forza delle materie che non ho scelto non so cosa sia peggio.»
«Dai, non dire cazzate. Che sarà mai?»
«Ti sei mai laureato?»
«No, lo studio non faceva per me. A parte fisica. Fisica mi piaceva, ero bravo.»
«Ok, appunto, non puoi capire.»
«Che esami potresti dare a breve?»
«Non potreste corrompere qualche professore?»
«No e rispondi alla domanda.»
Riflettei per un secondo dando un’occhiata in giro. L’atmosfera era tranquilla, poca gente. Solo noi potevamo stare all’aria aperta con quel freddo.
«In teoria tra una decina di giorni dovrebbe esserci una specie di preappello di istituzioni di linguistica.»
«Benissimo. È fattibile?»
«Sì, credo di sì.»
«Che altro potresti fare?»
«Ho sentito dire che l’esame di letteratura inglese è abbastanza abbordabile.»
«Ottimo. Due possono bastare per questa sessione.»
«Hai una sigaretta?» chiesi voglioso di cambiare argomento.
«Hai iniziato a fumare?»
«Sì, in questo preciso istante.»
«Lascia stare. Fumare fa male.»
«Anche l’esaurimento nervoso. E poi senti da che pulpito…»
«Se vuoi fumare, Padova è piena di tabacchini.»
Eh, sì, così il signor Rinaldi lo risento tra un lustro, pensai.
«Quando ci rivediamo?»
«Ti avviseremo noi. Come sempre.» Si alzò dalla panchina e si sistemò il cappotto lisciandoselo un paio di volte. «Comunque, va bene lo studio, ma ricordati qual è la tua priorità» aggiunse.
«Stai tranquillo» risposi.
«Ottimo. Le mense, mi raccomando. Concentrati su quelle.»
«Signorsì.»
Rivolse gli occhi al cielo e scosse la testa. Mi diede una pacca su un ginocchio e si avviò verso est, in direzione di Via Morgagni. Mi alzai e andai dalla parte opposta.