«Queste sono le vostre chiavi» disse la concierge in perfetto inglese. «Vi auguro una piacevole permanenza nella nostra struttura.»

Anderlecht prese le due schede magnetiche e strizzò l’occhio alla ragazza provocandole un rossore improvviso. Klara, molto infastidita, lo guardò male.

Mari si avvicinò e mi sistemò la cravatta.

«La smetti di muoverla?» mi rimproverò.

«Non ce la faccio a stare con questa cosa intorno al collo» protestai.

«Abituati.»

«Dai, portiamo i bagagli in camera» disse Anderlecht.

«Fate pure, noi andiamo a prendere qualcosa al bar» rispose Klara.

Io e il mio amico prendemmo i nostri trolley e andammo verso gli ascensori.

«Secondo il programma del convegno, la dottoressa Garelli dovrebbe fare il suo intervento dopodomani, ma magari la possiamo trovare tra il pubblico» dissi mentre aspettavamo.

«Un tentativo si può fare, dottor Niccolai.»

Lo guardai male come aveva fatto Klara qualche minuto prima.

«Non potevi scegliere un altro nome?»

«Perché? In ricordo dei bei tempi. Preferisci che ti chiami Biagio?»

«No, per carità.»

Le porte dell’ascensore si aprirono ed entrammo.

«Direi di usare un approccio morbido» disse Anderlecht mentre premeva il tasto del terzo piano.

«Quanto morbido?»

«Entriamo in contatto con lei, spieghiamole la situazione senza rivelare chi siamo realmente, convinciamola a venire con noi con le buone.»

«Ah…»

«Che c’è?»

«Speravo in un approccio un po’ più diretto.»

«Del tipo?»

«Del tipo in cui non perdiamo troppo tempo in chiacchiere.»

«Sei impazzito?» chiese Andy mentre le porte si riaprivano. «Dobbiamo cercare di non attirare troppo l’attenzione.»

«Lo so, è che…»

«Elisabetta non ha molto tempo, ne sono consapevole. Ma potrebbe essere l’unica possibilità che abbiamo. Cerchiamo di non sprecarla.»

«Ok» replicai non troppo convinto. «Dammi la chiave.»

«Tieni. Io e Klara siamo nella 303, tu e Mari nella 304.»

«Bene, ci vediamo nella hall tra venti minuti.»

«Perfetto, a dopo.»

***

Mi infilai il pass al collo e presi posto vicino ad Andy. Il convegno si sarebbe tenuto in una delle sale dell’albergo. Si trattava di una stanza enorme senza finestre, all’interno della quale erano stati montati un leggio e un grosso schermo bianco per il proiettore. C’erano almeno quindici file di sedie, in mezzo alle quali era stato creato uno stretto corridoio centrale.

La sala era piena di medici di qualsiasi età e provenienza. Le donne erano in maggioranza, anche se non di molto. Mancava ancora qualche minuto all’inizio, per cui molti ne stavano approfittando per chiacchierare, fare networking e discutere di argomenti specifici di cui non capivo assolutamente nulla.

«La vedi?» chiese Anderlecht.

«No» risposi. «Nessuno che assomiglia alle foto che ho trovato su internet.»

«Prima o poi spunterà fuori.»

«Speriamo.»

«Mi raccomando, se qualcuno viene a parlarti, non divagare, attieniti al copione e cerca di tagliare corto.»

«Anche volendo, non saprei davvero come tirare per le lunghe una conversazione con questa gente.»

«Nel dubbio, inizia a parlare di barche. Funziona sempre coi dottori.»

«Cosa ti fa credere che io sappia qualcosa di barche? Non so neanche nuotare.»

«Golf?»

«Per chi mi hai preso?»

«Tennis?»

«Ma ti pare?»

«Prova col calcio, allora.»

«Ok, quello posso farlo. A proposito, come sta andando l’Anderlecht?»

«Un disastro.»

«Così male?»

«Sì, ma sempre meglio del Werder.»

«Non entriamo in argomento, per piacere.»

«Sta per iniziare e ancora non la vedo.»

«Neanch’io.»

«Mi sa che oggi non si farà viva.»

«Beh, tanto possiamo partecipare a tutti i giorni del convegno, no?»

«Sì, sì, questo non è un problema.»

«Come hai fatto a farci partecipare? Non deve essere stato semplice.»

«Un amico mi doveva un favore. In realtà, non è così complicato. Bastano un paio di documenti e qualche telefonata.»

Un uomo con un gran riporto andò dietro il leggio e pregò i presenti di prendere posto. Dopo pochi minuti, il convegno ebbe inizio.

***

«Come va?» chiese Anderlecht mentre mi sedevo al tavolo di fianco a lui.

«Bene, ho dormito come un bambino.»

«Preso qualcosa?»

«No, è bastato ripensare alle cinque ore di convegno che ci siamo dovuti sorbire per nulla.»

Si mise a ridere.

«Non l’hai trovato interessante?» chiese.

«Per nulla.»

«Peccato, ti vedrei bene come dottore.»

Feci una smorfia.

«Perché?»

«Boh, hai la faccia da dottore.»

«In base a cosa?»

«Hai questa faccia, non so come dire… rassicurante, forse?»

«Ne terrò conto quando inizierò a cercare un nuovo lavoro.»

«Nuovo lavoro? Il negozio di cellulari che fine ha fatto?»

«Mi sono licenziato prima di partire. Non mi davano altre ferie e onestamente non ne potevo più.»

«Meglio così. Un pensiero in meno.»

«Le ragazze? Le hai viste?»

«Sì, sono andate a correre di prima mattina.»

«Non è stato eccessivo portarle con noi? Per il momento abbiamo fatto molto poco.»

«Forse, ma non sappiamo come evolverà la situazione.»

«Non eri tu quello che voleva l’approccio morbido?»

«Sì, ma bisogna essere sempre preparati. Le cose potrebbero degenerare in fretta. Una cosa che succede spesso quando ci sei di mezzo tu.»

«Nonostante la mia faccia rassicurante.» Anderlecht inclinò la testa e mi guardò come se l’unica cosa che volesse in quel momento fosse darmi un pugno fortissimo sul naso. «Vado a prendere da mangiare» dissi immediatamente alzandomi.

Mi diressi verso il tavolo dove era stato sistemato il buffet per la colazione. La maggior parte dei presenti era composta da dottori che avevo visto al convegno. Cercai di tenere la testa bassa e mi avvicinai a una pila di piatti. Ne presi uno e lo riempii di salumi e formaggio. Vidi delle caraffe dalla parte opposta del tavolo e feci un giro largo per evitare di entrare in contatto con la piccola folla di medici. Mi versai un bicchiere di succo di frutta e proprio in quel momento mi squillò il cellulare. Controllai chi fosse, ma si trattava di un messaggio di poca importanza. Ripresi la mia roba e feci per voltarmi e tornare da Anderlecht.

Un tintinnio improvviso.

Il piatto urtò un bicchiere messo lì in quei dieci secondi in cui ero stato distratto dal telefono. Cadde su un fianco rovesciando il contenuto sulla gonna di una donna che stava conversando con un uomo di fianco a me.

Oh no, di nuovo, pensai ricordando quanto successo l’ultima volta che ero finito in una situazione simile.

«Scusi, sono desolato» dissi subito in inglese.

L’altra allargò le braccia per controllare meglio quanto danno avessi fatto, ma si rasserenò subito.

«È solo acqua, non si preoccupi» rispose.

Aveva i capelli castani, gli occhi color nocciola, il naso piccolo e rotondo. Portava degli occhiali dalla montatura molto sottile e due grossi orecchini circolari. Non era molto alta, ma recuperava qualche centimetro grazie ai tacchi.

La riconobbi subito.

«Dottoressa Garelli?» chiesi tornando a usare la mia lingua.

«Ah, italiano?» replicò.

«Sì, piacere di conoscerla. Prego, tenga» aggiunsi porgendole un tovagliolo.

«Davvero, non c’è problema, sono cose che succedono.»

Era la mia grande occasione, ma stava avvenendo tutto troppo velocemente ed ero terrorizzato dall’idea di dire qualcosa di sbagliato.

«Speravo di incontrarla, se devo essere sincero» dissi. «Non in queste circostanze, ovviamente.»

«Un collega?» domandò sorpresa.

«Sì, sì.»

«Anche lei qua per il convegno?»

«Certo, non vedo l’ora di ascoltare il suo intervento.»

«Mi fa piacere.»

Mi bloccai di nuovo.

«Le auguro una buona giornata e mi scusi ancora per la gonna» farfugliai velocemente, prima di congedarmi talmente di corsa da dimenticarmi il succo di frutta.

«Era lei?» chiese Anderlecht non appena ripresi posto vicino a lui.

«Hai visto tutto?»

«Sì. Dovresti smetterla di versare acqua addosso alla gente.»

«È successo letteralmente due volte in sei anni.»

«Che cosa vi siete detti?»

«Nulla di importante. Mi sono scusato e abbiamo scambiato due parole. Tutto qua.»

«Ti sei fatto prendere dal panico, vero?»

«Un pochino.»

«Va bene, l’importante è che siamo entrati in contatto e che tu abbia fatto conoscenza con lei.»

«Ora che ci penso, potrei non averle detto come mi chiamo.»

«Parli del nome vero o di quello finto?»

«Di entrambi.»

Anderlecht si mise le mani nei capelli e fece un lungo sospiro.

«Meglio di niente, dai.»

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