Maledissi la sveglia per tre minuti abbondanti. Faceva un rumore irritante e stridulo. Quando non ne potei più, afferrai un cuscino e lo lanciai verso la sedia, a qualche metro dal materasso. La mancai. Un po’ perché la mia mira è sempre stata quello che è, un po’ perché non c’era nessuna sveglia. In realtà il campanello si era infilato nei miei sogni.

Quattro colpi potenti sul legno della porta d’ingresso mi diedero l’indizio finale di cui avevo bisogno. Mi alzai a fatica, schivai una mezza dozzina di bottiglie di birra vuote e raggiunsi l’entrata. Ancora intontito, non mi accorsi di una bottiglia di vodka vicino al divano e la urtai rovesciandone il contenuto sul pavimento. Ignorai il fatto e andai a controllare lo spioncino. Anderlecht e Celtic sembravano ansiosi di rivedermi.

Mi guardai intorno per esaminare le condizioni dell’appartamento. Non pulivo da dieci giorni. Afferrai due bottiglie per buttarle via, proprio mentre arrivava l’ennesimo colpo sulla porta. Contai a mente quante ne rimanevano, ma mi interruppi a sette. Posai quelle che avevo in mano e scelsi un altro approccio.

Aprii la porta di una quindicina di centimetri e sporsi la testa fuori.

«Buongiorno» dissi con la voce ancora sporca di sonno.

«Facci entrare» ordinò Celtic.

«Preferirei di no. C’è un po’ di disordine qua dentro.»

«Facci entrare» ribadì Anderlecht.

«Va bene, ma non ditemi che non vi avevo avvisato.»

Aprii del tutto la porta e mi feci di lato. Anderlecht indossava jeans, camicia bianca e giubbotto scamosciato marrone chiaro. Celtic aveva addosso un bomber nero e la sua solita bandana verde legata al polso.

«Che cazzo è successo?» esclamò Celtic vedendo il casino attorno a lui.

«Ve lo avevo detto che c’era disordine» mi difesi.

«Direi che la poltrona impregnata di vodka sia ben oltre il concetto di “disordine”» commentò Anderlecht.

«Non dire scemenze. Ne ho versato solo un po’ sul pavimento lì, vicino al divano.»

«Ah, sì? E quella?» chiese indicando la poltrona.

Vidi una bottiglia capovolta e senza tappo, appoggiata sullo schienale e circondata da un alone scuro.

«Ecco cosa mi ero dimenticato ieri sera andando a dormire…» commentai accarezzandomi una guancia.

«C’è poco da scherzare.»

«Posso offrirvi qualcosa da bere?»

«Non cambiare discorso.»

«Beh, tecnicamente, se stavamo parlando di vodka, siamo ancora in argomento e poi…»

«Smettila!» mi zittì Celtic.

«Non siamo qua per una visita di piacere» attaccò Anderlecht. «Non dovremmo neanche starci qua e lo sai. Quindi, se non ti dispiace, adesso ti metti seduto e stai in silenzio ad ascoltare quello che abbiamo da dirti.»

Contai fino a cinque e presi fiato.

«Sedetevi. Metto su un po’ d’acqua calda per il tè. Senza non connetto.»

Senza dargli il tempo di replicare, andai in cucina, riempii un pentolino d’acqua e lo misi sul fuoco. Loro mi raggiunsero e presero posto.

«Bene» dissi. «Spiegatemi a cosa devo l’onore di questa visita.»

«Lo sai. È da una settimana che non esci di qua. Cosa sta succedendo?» chiese Celtic.

«Sono stato malato» dissi.

Anderlecht incrociò le braccia sul petto e si distese sullo schienale della sedia.

«Evita di prenderci in giro» disse. «Lo sappiamo cosa c’è dietro.»

«Volete del tè?» domandai.

«Sì, grazie» rispose Celtic.

Anderlecht lo incenerì con lo sguardo. Lui alzò le mani e fece un’espressione come a dire “comanda lui”. Riempii una tazza d’acqua calda, aggiunsi un po’ di zucchero e vi infilai un filtro.

«Doveste cambiare idea…» dissi sedendomi.

«Le hai controllate le mense?» chiese Anderlecht.

«Ne ho ispezionata qualcuna.»

«Cosa hai scoperto?»

«Quella vicina al dipartimento di storia è da escludere. È solo convenzionata con l’università.»

«Sì, lo sappiamo, ce lo hai già detto. Da quanto sappiamo l’obiettivo ha un rapporto di lavoro diretto.»

«Sì, me lo avete ripetuto giusto quelle sette, ottocento volte.»

«Dopo? Cos’altro?»

«Ho iniziato a frequentare la mensa del Piovego.»

«E…?»

«Per adesso niente di interessante, ma ci vorrà tempo perché è enorme.»

«Non uscire più di casa allora è stata proprio una mossa geniale» commentò Celtic cercando di recuperare quel po’ di autorità che si era giocato per un tè caldo.

«Non ero in condizione di andare in giro a fare la spia per voi» replicai.

Anderlecht si chinò sul tavolo.

«Fanculo. Vuoi stare qua ancora a lungo?»

«No, ovviamente.»

«Allora smettila di fare il depresso per colpa di quella ragazza.»

Rimasi in silenzio e bevvi un sorso.

«Faresti meglio a non vederla più» disse Celtic.

«Se è per quello ho cominciato da una settimana…»

«Dovrà essere così anche quando ritornerai a frequentare l’università.»

Altro sorso silenzioso.

«A me dispiace che tu sia costretto a fare una cosa del genere» intervenne Anderlecht. «Ma te lo avevo detto di fare attenzione. Finché ti è stato d’aiuto non abbiamo detto niente, ma se per colpa sua tutta la missione si blocca, allora no, devi chiudere.»

Passai la lingua tra i denti e posai la tazza sul tavolo. Incrociai le mani e feci una lenta rotazione con il capo per sgranchirmi.

«Ripeto, è da una settimana che ho chiuso con lei. Secondo voi perché ho passato gli ultimi giorni a rimbambirmi di alcol?»

«L’unica cosa che ci interessa è che tu ti renda di nuovo presentabile al mondo e che trovi l’obiettivo il prima possibile.»

«È quello che farò. Avevo solo bisogno di tempo per riprendermi dal colpo.»

«Ti conviene» rispose Anderlecht.

Si alzarono. Celtic si avvicinò, appoggiò una mano sulla mia spalla destra e strinse.

«La tua incolumità è anche nel nostro interesse, però ricordati che se non farai quello che ti è stato ordinato, ci metteremo poco a sparire e a lasciarti solo.»

Guardai Anderlecht. Gli lessi sul volto quasi la stessa espressione che poco prima Celtic aveva assunto per il tè.

«Da domani tornerò operativo» conclusi.

***

Quella stessa sera, il mio isolamento terminò e sarebbe terminato a prescindere dalla visita dei miei controllori. Era mercoledì e avevo appuntamento con Paride per andare a vedere la Champions nello stesso bar dove eravamo andati la settimana prima.

In programma c’era Milan-Anderlecht. I miei amici belgi erano indicati da tutti come una delle sorprese del torneo. Avevano superato in modo brillante la prima fase, estromettendo dagli ottavi di finale una squadra quotata come il Bayern Monaco. Nonostante questo, opinionisti e bookmakers erano d’accordo nel dire che non avrebbero avuto scampo contro il Milan e il suo fortissimo attacco. Insomma, non potevo perdermela.

Arrivai al bar con quasi tre quarti d’ora d’anticipo. Riuscii a occupare un buon posto e ordinai una birra. Paride arrivò verso le venti e venti. Prese un amaro al bancone e venne a sedersi.

«Niente birra?» gli chiesi.

«Dopo. Ora ho bisogno di digerire.»

«Mangiato pesante?»

«Sì, sono stato a cena a casa di Tina. Una tortura.»

«Lei perde tempo a cucinare per te e tu ti lamenti anche?»

«Hai mai provato qualcosa fatto da lei?»

«No.»

«Ecco. Non puoi capire.»

Facemmo un brindisi.

«Con Elisabetta come va?» domandò subito dopo.

«Non va. Non la vedo dal giorno del litigio.»

«Oh, finalmente una buona notizia.»

«Meravigliosa, guarda…»

«Beh, se posso dire la mia…»

«No, lascia stare, la tua l’hai detta abbastanza bene l’altra volta.»

«Fammi parlare. Prometto che cercherò di non essere troppo diretto.»

«D’accordo…»

«Quello che voglio dirti è che dovresti prendere quello che ti è successo come un’occasione per ricavarne qualcosa di buono.»

«Cioè?»

«Io capisco benissimo come ti senti adesso. A Elisabetta volevi bene e la cosa era pure reciproca.»

«Dici?»

«Sì, si vedeva. Magari non fremeva per essere legata e scopata bendata, ma del sentimento nei tuoi confronti c’era.»

«Questo è rincuorante. O ancora più deprimente, forse…»

«Ok, ma il punto è un altro e scusami se ti sembrerò ripetitivo.»

«Tranquillo, ormai sono abituato.»

«Hai vent’anni…»

«Ventiquattro, a dirla tutta…»

«Vabbè, quelli che sono. Sei single, disponibile, ti trovi in una città universitaria con un appartamento a disposizione. Lo sai quanti uomini manderebbero a fanculo le proprie fidanzate per vivere questa situazione? Ti rendi conto che sei nella posizione migliore per cercare di scopare tutto quello che si muove in giro per Padova?»

«Che era anche quello che volevo fare con Elisabetta, all’inizio…»

«Appunto, però poi ti sei affezionato. Ci può stare, capita. È successo perfino a me con Tina!» disse appoggiando le mani sul petto con un gesto molto plateale. «Però ti è andata male. Succede.»

«Con me molto spesso.»

«D’accordo, ma vai avanti. Volevi portarti a letto una ragazza? Bene, adesso puoi riprovarci!»

«Sì, ma…»

«Sì, ma cosa? Ti sentivi sessualmente soddisfatto dando baci in fronte e stringendo mani sotto i tavoli?»

«Non nego che la cosa fosse un po’ limitante…»

«Immagino. Ed è proprio per questo motivo che ho deciso di darti una mano.»

Alzai un sopracciglio.

«Che diavolo hai in mente?»

Proprio in quell’istante, due ragazze entrarono nel bar. Erano entrambe in minigonna e scarpe col tacco. Una era più alta e slanciata, coi capelli scuri raccolti in una coda. L’altra era più bassa e rotonda. Era pettinata con un ciuffo piastrato che le copriva parte del volto.

Paride le vide e le salutò con un cenno della mano. Loro risposero e si avvicinarono a noi.

«Chi cazzo sono quelle due?» domandai strabuzzando gli occhi.

«Delle amiche che ho conosciuto tempo fa.»

«Non le avrai mica… pagate?»

Si girò con una smorfia disgustata.

«No! Per chi mi hai preso?» chiese.

«Per uno che non riesce a non intromettersi nella mia vita privata.»

«Dai, stai tranquillo. Fidati, le conosco bene. Quella più bassa è disperata. Si farebbe letteralmente chiunque. Ti divertirai.»

Scossi la testa e mi alzai.

«No, fanculo. Non mi interessa» dissi andando verso il bancone.

Le due ragazze arrivarono al tavolo e iniziarono a parlottare con Paride. Li vidi voltarsi tutti e tre verso di me. Cercai di ignorarli e ordinai un’altra birra.

Sentii una mano accarezzarmi un fianco. Era la tizia bassa.

«Ciao» esordì con una voce stridula che cercava di essere in qualche modo suadente.

«Ciao» risposi senza distogliere gli occhi dal televisore alla mia sinistra.

«Il tuo amico mi ha detto che non vuoi passare la serata con noi» disse accarezzandomi di nuovo il fianco.

Mi voltai e vidi Paride ancora al tavolo che si era avvicinato molto all’altra ragazza.

«Non per colpa vostra, tranquilla» risposi

«Io mi chiamo Sabrina» disse allungando la mano.

Gliela strinsi e mi accorsi che il suo fiato sapeva già di alcol. In più, l’occhio mi cadde sulla sua scollatura. I suoi seni erano enormi, quasi grotteschi.

«Piacere. Sono… Biagio. Sì, il mio nome è Biagio» balbettai con lo sguardo fisso.

«Bene, Biagio. Cosa ci fai a Padova?» chiese per riprendere la mia attenzione.

«Studio» risposi facendo molta fatica a rivolgermi a lei e non alle sue tette.

«Davvero? Cosa?»

Sulla “o” di “cosa” mi arrivò una ventata di fiato alcolico. Nel frattempo, si era avvicinata ancora e la sua mano era ormai fissa sul mio fianco.

«Lettere» risposi mentre ero già voltato a fermare di nuovo il cameriere. «Può portarmi il cocktail più forte che avete?» gli chiesi.

«Anche per me» aggiunse Sabrina.

Il tizio annuì e si mise a recuperare bottiglie.

«Tu invece cosa fai?» chiesi.

«Faccio la commessa in un negozio d’abbigliamento.»

Un boato si alzò in sala. Mi voltai verso il televisore e vidi tre giocatori del Milan che protestavano intorno all’arbitro.

«Che è successo?» chiesi a un tizio seduto lì vicino.

«Non ci ha dato un rigore enorme, ‘sto stronzo!» esclamò col braccio teso verso lo schermo.

Mentre gli annuivo, notai che Paride aveva già preso molta più confidenza con l’amica di quanto ne avessi presa io con l’altra. Povera Tina, pensai.

Sabrina mi mise una mano sulla guancia e mi girò la testa verso di lei.

«Non ti distrarre!» disse ridacchiando.

Cercai di difendermi dal suo alito con un sorriso e il pensiero delle sue tette sulla mia faccia.

Ritornò il cameriere e ci mise davanti due bicchieri di vetro, alti quindici centimetri, pieni di un liquido azzurro. Sabrina col primo sorso ne bevve quasi un terzo. Io, la metà.

«Beh, ti piace il tuo lavoro?» domandai.

«Sì, è molto divertente. Vedi tanta gente, aiuti le persone a scegliere. Mi piace.»

«Ah, bene» commentai. «Il tuo capo ti tratta bene?» chiesi volendo evitare di cercare un altro argomento.

Rise.

«Per forza. È mio marito!»

Ci mancò poco che le sputassi in faccia. Tornai a cercare con lo sguardo Paride per implorare aiuto, ma era troppo occupato a muovere la lingua nella bocca dell’amica.

«Ma sei già sposata? Così giovane?»

«Oh, che gentile che sei! È vero che li porto bene, ma ho già superato i trenta.»

Le ultime parole della frase vennero in parte coperte da un altro grido collettivo dei presenti. Alcuni si alzarono, altri si abbracciarono e fecero brindisi.

«E andiamo!» urlò il tizio di prima.

Diedi un’occhiata al replay del gol del Milan e tornai alla conversazione con Sabrina.

«Complimenti. Ti davo almeno dieci anni di meno.»

«Sei troppo un tesoro» disse scompigliandomi i capelli. «E pensa che ho passato anche due gravidanze!»

«Ma dai?» esclamai con la voce che si alzò di un’ottava senza che me ne rendessi conto.

Con un sorso finii il mio cocktail. Una vampata di calore mi salì dall’esofago e andò dritta al cervello. Ordinai subito un whisky. Mentre lo aspettavo, mi girai di nuovo verso Paride. Il tavolo era vuoto.

Quando arrivò il whisky, lo bevvi alla russa.

«Vacci piano! Vuoi stare male?» commentò Sabrina divertita.

«Ho bisogno di andare un attimo al bagno» dissi.

Non so come, ma nonostante l’alcol raggiunsi la toilette senza stramazzare al suolo. La testa girava e le tempie pulsavano. Mi chiusi dentro un cesso per un tempo che, per la mia percezione, poteva essere di tre minuti come di mezz’ora. Di certo ci fu solo che pisciai non meno di tre volte. Quando mi sembrò di sentirmi meglio, feci un grosso respiro e uscii. Mi lavai le mani e mi bagnai il viso con l’acqua fredda. Fissai la mia immagine allo specchio, presi coraggio e optai per andare alla riscossa.

Appena aprii la porta, un metro e settanta scarso di donna mi assalì all’improvviso. L’urto non fu molto violento, ma non ebbi il tempo di reagire. Sabrina mi afferrò per i fianchi e mi trascinò dentro il gabinetto. Chiuse la porta dietro di sé e girò la chiave. Mi strinse per le spalle, fece perno su un piede e mi bloccò con le spalle sulla porta.

«Ehi, ehi, ehi, aspetta un momento!» implorai mentre iniziava a strusciarsi e baciarmi sul collo.

«Sono stufa di aspettare.»

Avrei voluto togliermela di dosso, ma non sapevo dove mettere le mani. Mentre cercavo di capirlo il primo bottone del suo golfino si aprì.

«Sei nel bagno degli uomini!»

«Non me ne frega niente.»

«Possiamo andare da un’altra parte. Aspetta un secondo!»

«Ho detto che non voglio più aspettare! La mia amica si starà già scopando il tuo amico!»

Anche il secondo e il terzo bottone saltarono. Ormai il reggiseno era in mostra.

«Wow!» esclamai di fronte a tanta abbondanza. Lei si limitò a sorridere.

Dì qualcosa di stupido, dì qualcosa di sgradevole! Dì qualcosa! Dillo!

«Wow…» ripetei.

Il golfino cadde per terra e rimasi indifeso.

«Ti voglio» mi sussurrò all’orecchio.

Fanculo, pensai.

Le afferrai il sedere e strinsi con forza. Emise un gridolino.

«Sì, così…» sussurrò ancora compiaciuta.

Feci salire le mani lungo la schiena nuda e le sganciai il reggiseno che finì per terra, vicino al golfino. Lei mi afferrò per i capelli e mi ficcò la testa in mezzo al petto.

Era dai tempi di Gaia che non avevo un contatto così ravvicinato con una donna. Sentivo un formicolio lungo le braccia e non riuscivo a tenere ferme le mani. Mi sfilai la felpa e la maglietta.

Aveva il corpo caldo e quel torpore aveva qualcosa di molto primitivo. Sentivo crescere l’accumulo di stress che si stava incanalando verso una via di sfogo. Finalmente potevo lasciare defluire tutta la tensione, slegare i muscoli, spegnere i nervi. Afferravo, stringevo, baciavo, accarezzavo. Come facevo con Gaia.

Gaia.

Gaia e Giulia.

Elisabetta.

Iniziò a baciarmi il collo, sotto l’orecchio, e scese verso il basso.

«Basta. Smettila» dissi cercando di allontanarla.

Non mi diede ascolto. La spinsi via. Si accigliò, ma sorrise e andò di nuovo all’attacco.

«Ho detto basta» ribadii.

Ebbi la tentazione di lasciare stare, di lasciarla finire.

«Per piacere, basta!» implorai.

Ma perché non sono nato gay, pensai. Già, gay.

«Sono gay!» urlai.

Finalmente si bloccò. Alzò la testa e aggrottò lo sguardo.

«Come?» chiese.

«Sì, sono gay» ripetei più convinto.

«Ma…» balbettò senza sapere che dire.

«Sono gay… molto gay» aggiunsi dicendo le uniche parole che mi vennero in mente.

Spalancò la bocca. Raccolse le sue cose da terra e si rivestì di fretta. Mi spostò sul muro e aprì la porta.

«Ma dimmi te se doveva pure capitarmi il frocio represso» bofonchiò uscendo.

Controllai che non vi fossero altre persone, mi rivestii e uscii dal bagno. Ne avevo abbastanza di quel posto. Andai alla cassa e scoprii che Paride mi aveva anche lasciato il conto da pagare.

Notai che le facce dei presenti erano tutte molto più avvilite. La grafica sullo schermo segnava il risultato di 2 a 1 a favore dell’Anderlecht.

Scossi la testa e lasciai il locale. All’uscita incrociai di nuovo Sabrina.

«Vai a farti fottere!» mi salutò.

La ignorai e proseguii diritto per la mia strada, anche se ignoravo quale fosse visto che non avevo voglia di andare a casa.

Passeggiai senza una destinazione. L’aria sembrava quasi più rarefatta. Forse era solo l’effetto dell’alcol, però era una sensazione piacevole.

Camminai sotto i portici per quasi mezz’ora. In Via Beato Pellegrino passai vicino a un furgoncino bianco dove un signore di mezz’età stava ascoltando la partita alla radio. Dalla porzione di finestrino aperta, riuscii a sentire il cronista.

«Clamoroso a San Siro. Terzo gol dell’Anderlecht!» esclamò dosando bene enfasi e costernazione.

Per quella sera era meglio lasciar perdere l’ipotesi di lenire i dispiaceri col calcio.

Spuntai in Corso Garibaldi, vicino alle fermate del tram. Attraversai la strada e andai a sedermi sotto la statua dell’eroe dei due mondi. I tendini delle gambe tiravano e facevano male. Sopraggiunse un vagone blu del tram dal quale scesero facce stanche e andature pesanti. Quando tutti si dispersero, mi sorpresi a cercare Elisabetta tra di loro.

Presi il cellulare e le inviai un messaggio.

BIAGIO

Ho bisogno di parlarti. Quando sei libera?

A sorpresa, la risposta fu immediata.

ELISABETTA

Posso essere a casa tua tra mezz’ora, se vuoi.

Scattai in piedi e digitai la risposta camminando.

BIAGIO

Ok. Ti aspetto da me.

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