Le gocce d’acqua scivolavano dai capelli e cadevano sull’accappatoio azzurro. Ero appena uscito dalla doccia ed ero seduto in cucina. Mangiavo biscotti al cioccolato e ripensavo alla notte prima, a quello che era successo con Gaia.

Se ne era andata mentre dormivo, ma aveva lasciato un biglietto sul comodino nel quale mi ringraziava e mi dava appuntamento a prestissimo.

Tornai in camera per rivestirmi. Dovetti ripassare dalla stanza dei miei, dove era successo tutto. Il letto era sfatto, per terra c’erano ancora i miei vestiti e le carte dei preservativi. Più in là, sul tappeto, le sue mutande.

Se le ha dimenticate apposta, è un genio del male, pensai. Misi un po’ in ordine e le andai a nascondere in camera mia.

Avevo bisogno di parlare con qualcuno, ma nessuno dei miei amici poteva venire. Solo il Biondo mi disse che forse avrebbe fatto un giro più tardi. Guardai un po’ di televisione, ma non riuscivo a concentrarmi.

Erano le quattro del pomeriggio. C’era caldo, oltre trenta gradi. Avevo bisogno d’aria fresca. Afferrai portafogli, chiavi e cellulare e mi diressi verso il garage.

Suonò il telefono di casa.

«Pronto?»

«Ciao, amore…»

La voce di Giulia era stanca, sommessa, tenera.

«Amore…» dissi bloccandomi subito.

«Mi dispiace davvero tanto per quello che è successo ieri.»

«Anche a me…»

Suonò il campanello.

Il Biondo era riuscito ad arrivare, alla fine. Gli aprii il cancello e la porta d’ingresso.

«È tutta la notte che ti penso» disse Giulia mentre mi andavo a sedere sul divano.

«Anche io…» replicai con un filo di voce.

Il cancello si chiuse.

«Ho pianto tanto…»

Mi limitai al silenzio, ma fu più che altro per una fitta al cuore che mi tolse il respiro.

Sentii dei passi avanzare nel vialetto.

«Giulia…» dissi senza aggiungere altro, giusto per fare la parte di quello che partecipa al dialogo.

«Dimmi…»

«Mi manchi…»

Singhiozzò.

Si aprì la porta d’ingresso.

Giulia finalmente si sciolse.

«Scusami. Non avrei dovuto trattarti in quel modo. Sono stata una stupida a non crederti. Sei il mio ragazzo e meriti la mia fiducia. Scusami, ti prego.»

Mi divisi.

Le orecchie stavano ascoltando quel pentimento via telefono e ne gioirono. Gli occhi fissavano l’uscio e si spaventarono.

Gaia era entrata in casa e si stava guardando intorno, mani sui fianchi, dritta davanti alla porta.

«Amore?» chiese Giulia non sentendo risposta.

«Eh, scusa, è arrivato il Biondo…» replicai d’istinto.

«Hai sentito quello che ti ho detto?»

Gaia si avvicinò.

«Sì, sì, certo. Ascolta, non me la sono presa. Cioè sì, ma mi è passata e le tue scuse mi fanno molto piacere.»

Si tolse le scarpe.

«Allora è tutto risolto? Non sei più arrabbiato con me?»

«No, no, no. Come potrei?»

Il top finì sulla poltrona. Il reggiseno era rosso. Io pure.

«Ci vediamo più tardi?»

Mi raggiunse e si sedette a cavalcioni su di me.

«No!»

«Perché?»

«Non posso…»

Mi mise le braccia intorno alle spalle e si gettò su di me. I suoi seni si schiacciarono per la pressione contro il mio petto. Non riuscivo a guardare altro.

«Come mai? Che succede?»

Sentii la sua lingua umida e fresca passarmi dietro il collo. I suoi capelli profumati mi passarono sotto il naso.

«Non mi sento molto bene…»

«Che hai?»

Una mano scese verso il cavallo dei pantaloni.

«Ieri sera sono uscito a passeggiare per scaricare la tensione e non mi sono coperto bene. Mi sa che mi sono beccato una brutta influenza…»

«Oddio, ti sei ammalato per colpa mia…»

«Ma no, è che…»

«Vuoi che venga lì a prendermi cura di te?»

La mano arrivò a destinazione. Strinse con forza.

«No!»

«Ma che ti prende?»

«Guarda, sono davvero ridotto male. Ho tosse, febbre, sono tutto intasato.»

«Dalla voce non si direbbe…»

«È perché ho appena preso un tè caldo e mi sento un po’ meglio, ma fidati. Sono uno straccio. Se vieni qua potrei attaccarti tutto e non voglio…»

La mano si infilò sotto la maglietta e poi finì dentro i pantaloni. Implorai pietà con lo sguardo, ma non si fermò.

«Che tenero che sei…»

«Non fare così…»

«Beh, possiamo sempre chiacchierare un po’ per telefono. Ti va?»

Stavo per dire di sì, ma proprio in quel momento Gaia si piegò di lato e mi sfiorò un orecchio con le labbra.

«Metti giù» sussurrò.

Chiusi gli occhi. Deglutii.

«Non posso…»

«Perché? Ti senti troppo male?» chiese Giulia.

«Metti giù» disse ancora Gaia.

«Sì…»

«Oh, povero il mio amore. Allora ti lascio riposare. Ci sentiamo domani, va bene?»

«Posa il telefono, su.»

«Sì, sì, va bene, va bene.»

Click.

***

Gaia stette a casa mia fino alle dieci di sera. Non uscimmo mai dal letto. Quando se ne andò decisi che non l’avrei più rivista.

Si ripresentò anche il giorno dopo e quello successivo e io, ogni volta, prima assumevo un’espressione da duro allo specchio e poi capitolavo appena la scorgevo fuori dalla finestra.

Giulia chiamava ogni giorno e ogni volta finivo col propinarle le bugie più assurde. Le avevo raccontato che non riuscivo ad alzarmi dal letto, che il medico era venuto a visitarmi e mi aveva detto di non muovermi da casa, che per sicurezza era meglio che non ci vedessimo.

Alla fine di ogni conversazione, mi ripromettevo che sarebbe stata l’ultima volta. Di solito, dieci minuti dopo ero sempre con la faccia tra le tette di Gaia.

Per tre giorni la stessa recita.

La mattina del quarto giorno decisi per la tredicesima volta che non avrei mai più rivisto Gaia.

Nel pomeriggio, si presentò a casa mia con un borsone.

«Quello cos’è?» chiesi appena la feci entrare in salotto.

Lo lasciò cadere per terra e venne a baciarmi.

«Niente. Ho in serbo qualche sorpresa per te.»

La scostai da me e cercai di ricompormi.

«Ascolta, è proprio di questo che dobbiamo parlare.»

«Ancora?» chiese divertita.

«Sì, ancora. È stato bello finché è durato, ma dobbiamo finirla qua.»

«Lo dici ogni volta.»

«Ma questa volta è quella definitiva. Basta, Gaia, devi andartene, abbiamo già fatto troppi danni.»

«Mi chiedi di andarmene? Proprio ora che volevo stabilirmi qua per un po’?»

Mi accigliai.

«Che intendi?»

Si spostò verso il centro del salotto e si sedette su un bracciolo della poltrona.

«Ti sei divertito fino adesso, no?»

«Beh, sì…»

«Allora perché dovremmo fermare questo divertimento? I tuoi saranno in vacanza ancora per un po’, la casa è tutta nostra. Posso dormire e stare qua tutto il giorno.»

«No, guarda, forse non mi sono spiegato bene. Devi andartene.»

«Faremo tutto quello che vuoi.»

«Perfetto. Io voglio che tu te ne vada.»

Si avvicinò e mi afferrò per la collanina che portavo al collo, in modo delicato, ma molto autoritario. Il suo piede sinistro strusciava contro il polpaccio destro.

«Adesso sei tu che non capisci. Faremo tutto quello che vuoi.»

«Sì, sì, ho capito. Non sono sordo.»

Tirò la collana in modo che i nostri visi si trovassero a pochi centimetri.

«Tutto quello che vuoi» disse di nuovo scandendo ogni singolo suono.

Sentii il mio respiro farsi più corto e affannoso.

«In che senso?» chiesi quasi ansimando.

«Qualsiasi cosa tu abbia in mente, basta che tu la chieda e io farò in modo di accontentarti. Ripeto, qualsiasi.»

Mi si annebbiò la vista per un istante. Inghiottii l’eccesso di saliva che mi si era formato in bocca. Mi liberai dalla presa.

«No, no, no, no! Ho detto che te ne devi andare!»

Incrociò le braccia sul petto.

«Io non me ne vado. O mi porti di forza oltre la porta d’ingresso, oppure resto qui.»

«Bene. Mi ci hai costretto.»

La afferrai per i fianchi per caricarmela in spalla. Portava un top molto corto e la minigonna aveva la vita bassa. Venni a contatto con la sua pelle. Cercai d’istinto di spostarmi in alto e in basso per evitare quella situazione. Le mie mani scivolarono lungo le curve della sua figura.

«Che hai?» mi chiese vedendomi titubante.

«Niente» risposi.

Lasciai perdere i fianchi e le circondai la schiena con un braccio. I nervi tiravano come se stessi cercando di fare un movimento innaturale.

«Non devi aver paura» sussurrò. «Puoi fare quello che vuoi.»

«Stai zitta!»

«Va bene. Come desideri» disse ancora sottovoce.

Non c’era in quel corpo una parte, una porzione, con cui potessi venire a contatto in modo sicuro. O era pelle nuda, o erano zone erogene. La accarezzai per cercare di abituarmi a quella sensazione. Volevo renderla indifferente, neutrale.

Mollai la presa e andai ad appoggiarmi sulla credenza. Stavo sudando. Gaia si avvicinò, si appoggiò sulla mia schiena e allungò le mani sulla cintura. Non opposi alcuna resistenza.

***

Il settimo giorno mi alzai dal letto molto tardi, verso le undici e mezza. Gaia era nuda di fianco a me e mi fissava.

«Buongiorno» mi salutò contenta.

«Ciao» risposi ancora intontito.

Si strinse a me e mi diede un bacio molto lungo.

«Vado a farti da mangiare» disse.

Si alzò e si diresse in cucina senza indossare niente. La seguii. Mi misi a osservarla mentre armeggiava con le pentole. Era da tre giorni che cucinava per me.

Mentre era intenta a riempire la pentola d’acqua, la strinsi da dietro. La sollevai di peso e la distesi sulla tavola non ancora apparecchiata. Mi stesi su di lei e iniziai a baciarla dove capitava. Lo feci a occhi chiusi, per godermi meglio i suoni di quel momento. Lo schiocco delle labbra sul seno, lo strusciare dei nostri corpi, la chiave della porta che girava, il suo respiro.

La porta? Non può essere, pensai…

Andai sempre più in basso. Non resistetti. La volevo ancora, subito. Mi alzai in ginocchio sul tavolo, pronto per togliermi le mutande.

All’infuori della mia famiglia, solo un’altra persona aveva le chiavi di casa.

«Oh, mio dio…»

Giulia era sulla porta con le mani davanti alla bocca. I suoi occhi divennero immediatamente lucidi. I suoi muscoli tremavano. I miei si immobilizzarono.

Fu un istante eterno.

«Amore! No, guarda. Non è esattamente come sembra…» dissi agitando le mani.

Scoppiò a piangere e scappò verso l’uscita. La rincorsi raggiungendola in corridoio. Cercai di fermarla afferrandola per un braccio, ma si divincolò.

«Non toccarmi!» gridò.

«Lascia che ti spieghi.»

«Non voglio sentire niente! Mi fai schifo!»

«Ti prego, ascoltami!»

«Chi cazzo è quella troia?»

Mi grattai la testa facendo una smorfia.

«Ecco…»

«È la tipa della discoteca, vero?»

Annuii.

«Sì, ma ti giuro che quella sera non c’è stato nulla, davvero!»

«Che cazzo vuoi che me ne freghi di quella sera! Ti ho appena visto mentre te la stavi per scopare!»

«Sì, ma…»

«Sì, ma cosa? Mi hai preso per scema?»

Mi passai una mano sulla fronte. Tenevo gli occhi bassi.

«Da quanto tempo va avanti questa storia?» chiese.

«Una settimana.»

Le venne una mezza risata.

«Per cui la storia dell’influenza era tutta una balla?»

«Sì…»

Si mise una mano sul petto e deglutì.

«Mi hai fatto preoccupare a morte. È da una settimana che piango perché sono stata da schifo per i sensi di colpa. Stamattina mi hai fatto prendere un colpo quando non mi hai risposto al telefono…»

«Stavo dormendo…» abbozzai.

«Stai zitto! Mi hai fatto fare mezz’ora di autostrada col cuore in gola. Ho corso come una disperata per poterti vedere e sincerarmi che stessi bene…»

Si interruppe. Non riusciva più a trattenere le lacrime.

«Amore…» dissi provando ad accarezzarla.

Mi arrivò uno schiaffo.

«Ti ho detto di non toccarmi» ribadì con voce incerta.

Tirò fuori dalla borsa le chiavi, poi si tolse il bracciale che portava. Glielo avevo regalato pochi mesi prima per il compleanno. Appoggiò tutto sul mobile lì vicino. Si asciugò il viso col dorso della mano.

«Non farti più vedere.»

Se ne andò sbattendo la porta. Come una settimana prima.

Tornai in cucina. Gaia era ancora sul tavolo, distesa su un lato, con i capelli tra le dita della mano che le sorreggeva la testa.

Mi sedetti su una sedia. Mi girava la testa. Mi mancava l’aria. Lei scese dal tavolo. Si avvicinò e si posò sulle mie ginocchia. Mi accarezzò i capelli.

«Per piacere, vai via» le chiesi.

Mi diede un bacio sul collo.

«Non voglio» rispose.

Serrai gli occhi.

«Ti prego, vattene.» Altro bacio. «Vattene via! Sparisci! Non voglio più vederti!» gridai.

Rimase un po’ interdetta, ma non replicò. Tornò in stanza.

Ricomparve dopo qualche minuto in cucina, vestita e col borsone in mano.

Mi guardò. Stava sorridendo.

«Ciao» disse. «E grazie di tutto.»

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