Il finto belga guidava troppo bene. Non riuscivo proprio a seminarlo, nonostante il concetto di limite di velocità fosse scomparso all’improvviso dal mio bagaglio culturale.

L’uscita che avrei dovuto prendere si stava avvicinando. Se avessi rallentato, me lo sarei trovato alle spalle e mi avrebbe incastrato al casello. Dovevo inventarmi qualcosa.

Mi ricordai di un vecchio telefilm che avevo visto chissà quando. Era una manovra azzardata, ma era già tanto che fossi riuscito a concepirne una.

Proseguii fino a poche decine di metri dalla svolta. Diedi un’occhiata agli specchietti. Non avevo nessuno attorno. Con una sterzata improvvisa mi buttai dall’altra parte della carreggiata. Temetti di sbandare, ma non accadde. Gli pneumatici gridarono. Percorsi una linea diagonale molto inclinata. Rischiai l’urto contro il guardrail, ma tutte e quattro le ruote riuscirono a prendere l’uscita.

Il mio inseguitore fu colto di sorpresa. Non fece in tempo a reagire al mio movimento e dovette proseguire verso lo svincolo successivo. Con la coda dell’occhio notai che stava sfogando la sua rabbia dando pugni sul volante.

Porca vacca, è andata bene, pensai.

Uscii dall’autostrada e nel giro di pochi minuti mi trovai su un’interminabile strada di campagna. Dopo un po’ parcheggiai l’auto in un piccolo spiazzo riparato. Mi guardai intorno per controllare che non vi fosse nessuno nei paraggi. Alla radio avevo sentito che nel tratto d’autostrada compreso tra la mia uscita e quella successiva c’erano almeno un paio di chilometri di coda. Avevo un po’ di margine.

Presi il cellulare e chiamai Giulia. Fare quel numero, dopo tutto quello che era successo, era molto strano. Suonò per circa un minuto, senza risposta. Aspettai un po’ e poi riprovai. L’esito non cambiò.

Non potevo biasimarla. Ero stato infedele, bugiardo, viscido. Mi facevo schifo da solo ed era assurdo pensare che lei potesse avere un’opinione diversa.

Controllai l’orologio, misi in moto e me ne andai. Dopo qualche minuto, raggiunsi il paese dove abitava. Per mia fortuna in giro non vidi suo padre. Se lo avessi incontrato e lui mi avesse riconosciuto, avrei rimpianto il tizio con la maglia dell’Anderlecht.

Casa sua si trovava in un piccolo condominio tra l’ufficio postale e un supermercato. Lasciai l’auto in un parcheggio dall’altra parte della strada ed entrai.

Nell’atrio mi imbattei nella donna delle pulizie, centodieci chili di scortesia. Socchiuse gli occhi e storse la bocca, palesando senza troppi filtri che non gradiva per niente il mio passaggio. Senza dire niente, proseguii oltre e salii le scale.

Mi avvicinai alla porta con lentezza, sospirando. Ci misi tre minuti prima di bussare. Ogni volta trovavo un motivo per esitare e temporeggiare. Alla fine, mi feci coraggio. Venne ad aprirmi dopo pochi secondi. Forse stava aspettando qualcuno perché non chiese niente prima di mostrarsi.

La trovai come l’avevo lasciata. Fisico asciutto, capelli castani, occhi chiari, abbigliamento sempre poco vistoso, ma di grande eleganza. Come avessi fatto a suo tempo a conquistare una ragazza del genere rimaneva un mistero anche per me.

Rivederla fu quasi una visione. In tutti i sensi, visto che si fece ammirare per non più di tre secondi. Il tempo di gridare “crepa!” e di sbattermi la porta in faccia.

Per come la vedevo io, già il fatto che non avesse aggiunto un insulto all’imperativo categorico rappresentava un successo.

Provai a chiamarla, ma non si degnò di rispondermi. A quel punto, non potendo fare altro, provai a parlarle da dove mi trovavo, sperando che nel frattempo non fosse andata a chiamare qualcuno, tipo i carabinieri o, peggio, suo padre.

«Giulia, ascoltami. So benissimo che in questo momento vorresti vedermi morto. Sono stato uno stronzo e con quello che ho fatto meriterei il tuo disprezzo per l’eternità. Però c’è un motivo se adesso mi trovo qui. Non voglio riempirti di scuse. Non ne ho e non ne posso avere. Se sono qui è perché ho bisogno di te, del tuo aiuto.» Il silenzio non cessò, per cui continuai. «Ci sono delle persone che vogliono farmi del male. Molto più male di quello che ho fatto a te. E di quello che tu adesso vorresti fare a me. Il mio gesto ha avuto anche altre conseguenze e non so perché. Io non c’entro nulla, non ho colpe. Cioè, ok, sì, ho quella nei tuoi confronti e non finirò mai di espiarla, ma il resto non lo capisco. Mi hanno messo in mezzo, mi hanno incastrato. Non so come o perché. Vorrei tanto non coinvolgerti, ma sei l’unica che può aiutarmi e sono qua che te lo chiedo per favore. Ti prego, sono disposto a fare qualsiasi cosa.»

Silenzio. Mi accorsi che la donna delle pulizie se ne stava in fondo al corridoio e mi guardava appoggiata al bastone del mocio, mostrando il suo disappunto con ampi gesti della testa. Soffocai sul nascere l’istinto di mandarla a quel paese e ritornai a concentrarmi su Giulia.

«Ti dico solo un’ultima cosa. Tu sei libera di fare quello che vuoi. Puoi credermi, ignorarmi, aiutarmi. Fai come ti pare. Però devi sapere una cosa. Io…» Rimasi senza parole, senza riuscire ad andare avanti. Poi mi sbloccai. «… io ti voglio bene e te ne vorrò sempre.»

Non era la prima volta che glielo dicevo, ovviamente, ma in quel contesto quelle parole suonarono in modo strano. Per un secondo mi parsero addirittura inopportune.

Non pronosticavo un gran successo per la mia richiesta, ma un rumore inaspettato mi fece tornare la speranza. Erano passi. La porta si aprì.

Non riuscivo a crederci. Mi aveva perdonato, voleva aiutarmi!

«Finiscila! Ho ascoltato ogni singola parola e non voglio sentirne altre. Vattene. Tra cinque minuti mio padre sarà qui e non sarà contento di vederti.»

La porta si chiuse con un gran botto. Essere investiti da un treno avrebbe fatto meno male.

Avrei voluto morire e lei, nel dubbio, me lo consigliò. La porta si aprì di nuovo.

«Crepa!» urlò prima di richiudere l’uscio con violenza.

Non riuscii a dire o fare nient’altro. Me ne andai mentre la donna delle pulizie se la rideva sotto i baffi. Che aveva sul serio, mica per finta.

Uscii dal palazzo, guardai la strada e mi venne voglia di buttarmi sotto una macchina.

Doveva essere la mia giornata fortunata perché si stava avvicinando qualcuno che probabilmente era ben disposto a farlo. Guidava una station wagon e indossava una vecchia maglia color malva.

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